Italiani nel mondo, Più di 3mila connazionali detenuti all’estero

Dopo la sentenza di Perugia che ha liberato Amanda Knox e Raffaele Sollecito per mancanza di prove, sentenza fra l’altro che ha creato non poche perplessità sia in Italia che nel Regno Unito, ma anche in altri parti del mondo, il nostro Paese conta i propri figli che all’estero sono dietro le sbarre. Più di 3mila, secondo la Farnesina, gli italiani detenuti oltre confine, dall’India alla Repubblica Dominicana, con il Perù, il Brasile, il Venezuela. Diversi i casi che ancora oggi fanno discutere.

Solo in America 426 italiani sono in carcere, di questi 214 sono stati già condannati. Uno di questi si chiama Enrico Chico Forti: ha 50 anni, trentino, sconta una condanna per l’omicidio di Dale Pike, figlio del proprietario dell’hotel di Ibiza che Forti aveva acquistato. Chico è dietro le sbarre da quasi 12 anni, e si dice vittima di un complotto. Secondo la sentenza, non appellabile, Forti e’ stato condannato all’ergastolo per "aver personalmente e/o con altra persona o persone allo Stato ancora ignote, agendo come istigatore e in compartecipazione, ciascuno per la propria condotta partecipata, e/o in esecuzione di un comune progetto delittuoso, provocato, dolosamente e preordinatamene, la morte di Dale Pike". La storia di Forti e’ legata a doppio filo all’omicidio di Gianni Versace, avvenuto il 15 luglio 1997, a Miami Beach, due chilometri in linea d’aria dal luogo dove, sette mesi dopo (il 15 febbraio 1998), fu trovato cadavere Dale Pike, ucciso fra l’altro con lo stesso tipo di pistola che esplose i suoi colpi mortali contro Versace; due proiettili alla testa, come per Pike.

Fra i casi dubbi c’è anche quello di Carlo Parlanti, su ItaliaChiamaItalia ne abbiamo parlato più volte. All’indomani della sentenza di condanna in primo grado dell’omicidio Meredith, lo stesso ministro degli Esteri Franco Frattini ha ricordato il caso di Parlanti, manager informatico originario di Montecatini Terme, accusato di stupro, violenza e sequestro di persona dall’ex compagna Rebecca Mckay White, con la quale conviveva negli Stati Uniti, il 4 luglio del 2004. Parlanti e’ stato arrestato dalla polizia tedesca all’aeroporto di Duesseldorf, tenuto in carcere per 11 mesi e poi estradato in California. La vicenda, ricordano i tanti che si battono per la liberta’ di Parlanti, e’ kafkiana: durante il processo la White fornisce versioni dei fatti sempre diverse ed oggetto di continue ritrattazioni e revisioni, rese necessarie dalle controdeduzioni dell’avvocato della difesa e dalle richieste di chiarimenti da parte dell’accusa. A Parlanti non viene dato l’ausilio di alcun interprete: il 7 aprile 2006, la giuria popolare emette un verdetto di colpevolezza in ordine a tutti i capi di accusa.

Katia Anedda, moglie di Parlanti e presidente dell’associazione ‘Prigionieri del silenzio’, che si occupa dei detenuti italiani all’estero, sottolinea: "Il sistema giudiziario italiano fondato su tre gradi giudizio e’ molto piu’ garantista di quello americano, in cui, nella maggior parte dei casi, i processi si concludono in Prima Istanza perche’ i pubblici ministeri spingono per il patteggiamento, fanno accordi con gli avvocati difensori, che spesso non vengono neppure rispettati a scapito dell’imputato". "Sul caso di Chico Forti, condannato per omicidio e detenuto a Miami, sono emerse contraddizioni insolute nel corso delle indagini – spiega ancora Anedda -, sulla vicenda di Carlo Parlanti, condannato per violenza sessuale, le indagini non sono praticamente mai state fatte ne’ e’ stato convocato un grand jury". "Alcuni professionisti in Italia si sono occupati del caso, come il professor Mastronardi che ha scritto un libro (Stupro. Processi perversi. Il caso Parlanti, Armando editore, 2010), ma questo non ha prodotto nessun effetto sulla vicenda. Parlanti uscira’ a febbraio 2012 e per la giustizia americana restera’ colpevole del reato e non sara’ possibile dimostrarne l’innocenza".

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