Italiani nel mondo, Narducci (Pd): Export e valorizzazione della rete italiana all’estero per far ripartire la crescita

 L’on. Franco Narducci (PD) intervenendo in sede di  discussione generale sul Documento in questione ha posto l’accento sui temi dell’internazionalizzazione e sul ruolo della comunità italiana all’estero per aiutare la crscita economica in Italia. Si trasmette, di seguito, il testo integrale dell’intervento dell’on. Franco Narducci.

"Signor Presidente, Onorevoli Colleghi,

il Documento di Economia e Finanza 2012 in esame è il secondo presentato dall’Italia nel quadro del “Semestre Europeo” e prevede il coordinamento delle politiche macroeconomiche e di bilancio. Ci è stato presentato – di ciò va dato merito al Governo – un documento corposo, complesso, denso di dati e di proiezioni che meriterebbero una riflessione e un approfondimento che la poca disponibilità di tempo non consente.  

Il DEF si colloca in una fase di indebolimento del quadro congiunturale e deve rispondere alle pressioni dell’area euro, che hanno trovato voce anche nelle raccomandazioni della Banca centrale europea, che incoraggiano l’Italia a procedere a quelle riforme strutturali che dovrebbero stimolare il processo di crescita del nostro Paese. Dopo la pesante eredità raccolta dal Governo precedente, il documento indica un’agenda di interventi per il prossimo anno delineando un percorso che s’inquadra nella Strategia Europa 2020. 

Se guardiamo l’insieme delle azioni prospettate dal Governo non si può non convenire che i punti cardine sono basati sull’esigenza del riequilibrio dei conti pubblici italiani e dell’avvio di un programma serio di riforme strutturali che consentano una prospettiva di crescita, che possibilmente dovrebbe stabilizzarsi su un rassicurante arco di tempo. Viviamo un momento difficile, le previsioni e le stime sull’andamento economico sono state riviste di nuovo al ribasso e le riflessioni sulla crescita della nostra economia stentano a far presa. Ma proprio per questa situazione dobbiamo pensare ad un nuovo modello di sviluppo e di bene comune, ad una nuova frontiera delle solidarietà per il futuro del nostro Paese, affrontando prioritariamente i nodi del lavoro, dell’occupazione, del futuro dei giovani, del potere d’acquisto e di consumo delle famiglie italiane e della loro capacità di risparmio, che si notevolmente ridotta in percentuale del reddito disponibile.

Il capo dello Stato è intervenuto ripetutamente per sollecitare le istituzioni e l’economia ad affrontare la situazione occupazionale dei giovani ammonendo che nel Paese c’è “una disoccupazione e inoccupazione giovanile che pesa sulle famiglie, una mancanza di prospettive di occupazione per i giovani” che non si risolve senza riforme profonde.

Un aspetto fondamentale della crescita è la conquista di nuovi spazi commerciali all’estero per le nostre imprese, sia di rendere il nostro Paese più attraente per gli investimenti esteri, cosa che sicuramente aiuterebbe lo sviluppo. Io credo che il successo nei nuovi mercati emergenti troverà riscontri effettivi quanto più saremo in grado di far funzionare in modo sistemico il nuovo strumento di promozione dell’impresa italiana nel mondo e cioè la nuova ICE, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

Ma non basta, occorre anche attivare di più quei meccanismi sinergici di cooperazione tra le strutture del nostro Paese e la rete delle sue espressioni nel mondo, rappresentata in primisdalle  Camere di commercio italiane e dalle comunità italiane all’estero, che rappresentano già ora un valore aggiunto grazie a quella diplomazia di cultura popolare che riescono a porre in essere in tantissimi Paesi. Gli imprenditori di origine italiana all’estero assicurano un ragguardevole contributo alla nostra economia ma si potrebbe fare di più, ad esempio per attirare i loro investimenti in Italia. Un’opportunità da prendere in seria considerazione, che tuttavia necessita di politiche incentivanti e il riconoscimento del prezioso contributo che le comunità hanno dato e continuano a dare all’Italia. 

Io mi auguro, signor Presidente, che si riesca finalmente a innescare quella cultura di sistema Paese che porterebbe alla valorizzazione di tutte le nostre potenzialità, quelle in Italia e quelle all’estero, quelle espresse e quelle inespresse. Ce lo insegna la Germania, campione del mondo delle esportazioni che, grazie a questa sua collaudata capacità, si candita ad essere un ulteriore pilastro da aggiungere al BRIC.

Ma per farlo bisogna smetterla di smantellare la nostra rete diplomatico-consolare e la diplomazia culturale di cui sono capaci i nostri Istituti di cultura italiani all’estero, che certamente per meglio operare andrebbero riformati e attrezzati alle nuove sfide. E invece il Governo pensa ad ulteriori chiusure delle sedi consolari, negando così la loro essenzialità per le comunità emigrate e per le imprese che operano nei mercati esteri. E ora, addirittura, nel “Rapporto sullo stato di attuazione della riforma della contabilità e finanza pubblica” allegato al DEF, si afferma che la ristrutturazione della rete diplomatico-consolare è  necessaria e  “la chiusura dei consolati e la trasformazione della rete estera potrebbe proseguire anche nei prossimi anni”. 

Chiedo, a tal proposito, che il Governo mantenga fede alla risoluzione approvata in  Commissione esteri in cui si chiedeva di “riconsiderare le modalità di razionalizzazione degli uffici consolari, promuovendo un’accelerazione del processo di revisione e ammodernamento delle procedure amministrative, nonché l’informatizzazione destinata al funzionamento del “consolato digitale”; e si chiedeva una pausa di riflessione per operare meglio la razionalizzazione ma questa pausa non c’è stata.

Signor Presidente, ma perché il Governo non incarica i propri organi contabili e  la Banca d’Italia a quantificare matematicamente e non solo a parole il contributo finanziario dato all’Italia dalle nostre comunità all’estero, a determinare l’indotto, turismo di ritorno in testa, che esse generano. Forse il Governo si ricrederà e non darà più per scontato che tutto ciò continui a perpetuarsi anche in presenza di politiche fortemente penalizzanti per le succitate comunità. Concludo, Signor Presidente, chiedendo al Governo che si faccia carico di una necessità, quella di ascoltare le comunità emigrate per meglio decidere sul futuro della nostra rete diplomatica e consolare nel mondo."

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