Italiani nel mondo, Micheloni (Pd) propone Imu prima casa per italiani all’estero: governo Monti dice no

Qui di seguito pubblichiamo l’intervento del Sen. Claudio Micheloni pronunciato in Aula del Senato il 4 aprile c.a. in occasione del voto di fiducia sul decreto semplificazioni tributarie. In questo intervento il Senatore ha esposto le motivazioni relative alla sua decisione di non partecipare al voto, maturata in seguito al rifiuto da parte del Governo di accogliere il suo emendamento che indicava di far pagare l’Imu agli emigrati italiani non come seconda casa, bensì come prima.

Nel suo discorso il Sen. Micheloni ha, inoltre, messo in evidenza le difficoltà degli attuali rapporti dello Stato Italiano con gli italiani all’estero. 

INTERVENTO DEL SENATORE CLAUDIO MICHELONI SUL DECRETO SEMPLIFICAZIONI TRIBUTARIE – AULA DEL SENATO – 4 APRILE 2012

MICHELONI (PD). Signor Presidente, io sono dispiaciuto di dover fare questo intervento e mi dispiace anche per il collega D’Ubaldo, perché io non parteciperò a questo voto di fiducia. Ho fatto la scelta di intervenire in discussione generale proprio per argomentare, e per non fare semplicemente la dichiarazione di voto in dissenso dal Gruppo, perché non l’ho ritenuto accettabile. Non posso dunque votare questa fiducia, ma non per una opposizione alla politica generale che porta avanti questo Governo, ma per la totale chiusura e rifiuto di dialogo dei rappresentanti del Governo che hanno seguito questo provvedimento. Non voterò la fiducia su questo testo, visto che è stato respinto l’unico intervento proposto per le comunità italiana all’estero, l’emendamento 8.44, che chiedeva semplicemente, per i cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato, che si considerasse direttamente adibita ad abitazione principale l’unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata. Si chiedeva di pagare l’IMU non come seconda casa, ma come prima casa. Permettetemi di ricordare che queste case sono frutto del lavoro della prima emigrazione del dopoguerra; sono il frutto del lavoro duro di una emigrazione che non ha niente a che vedere con quella di oggi, che è l’emigrazione generalmente di altra qualità e di altra formazione. Per anni quegli investimenti fatti in Italia e le rimesse dei nostri genitori e dei nostri nonni hanno permesso di equilibrare anche la bilancia dei pagamenti di questo Paese e lo sviluppo di terre che, senza quella immigrazione, non avrebbero avuto quello sviluppo. Però oggi c’è un fatto nuovo: quelle case stanno cambiando di mano e sono passate agli eredi di questa prima generazione: figli e nipoti. Queste case rappresentano probabilmente l’ultimo legame che hanno con l’Italia e se noi le penalizziamo ingiustamente – a mio modo di vedere – si corrono rischi seri per il territorio. Un primo rischio è un abbandono di queste case e dunque una desertificazione urbanistica che ci fa tornare ai primi anni di emigrazione del dopoguerra. Un secondo rischio è quello della svendita di queste case e dunque problemi per il mercato locale degli immobili. Un terzo rischio è quello di penalizzare fortemente il turismo di ritorno degli italiani e dei figli degli italiani emigrati. In un Paese dove con il turismo perdiamo ogni anno posizioni rispetto ai nostri principali concorrenti europei, finiamo con il penalizzare anche questo canale. Aver respinto l’emendamento che lo avrebbe tutelato mi sembra sia frutto di una riflessione un po’ leggera da parte del Governo. Inoltre, queste case sono occupate 1-2 mesi all’anno e pagano regolarmente le tasse per tutto l’anno sui rifiuti e sugli allacciamenti. Dunque, questo rigetto per noi è una beffa per non usare altre parole. Quest’atteggiamento un po’ autoritario e non autorevole dei rappresentanti del Governo mi fa suggerire al presidente Monti che dopo questo intervento, che andrebbe definito di "manutenzione" tributaria, che forse è arrivata anche l’ora di fare una piccola manutenzione del Governo al fine di ridurre l’atteggiamento arrogante ed aumentare la capacità di ascolto ed il rispetto del lavoro dei singoli parlamentari. Mi dispiace che oggi qui non vi sia neanche un Sottosegretario all’economia perché – me lo ha ricordato il collega Pardi nel suo intervento – noi stiamo rinunciando ad una "paccata" di miliardi che potrebbero venire regolarmente dalla Svizzera forse perché alcuni Sottosegretari sono rimasti molto legati agli interessi del mondo da cui provengono, che è quello delle banche

 

perché quella "paccata" di miliardi vuol dire anche la liberalizzazione del mercato e l’accesso sul territorio regolare ad altre banche. Di queste cose ho tentato anche di parlarne in modo informale con i Sottosegretari, ma un po’ meno di supponenza nelle risposte e un po’ più di ascolto farebbe bene. Caro Presidente, colleghe e colleghi, vorrei spiegare sinteticamente lo stato dei rapporti tra l’Italia e i milioni di italiani nel mondo, che stiamo vivendo oggi. Questi italiani che votano sul collegio estero, ma che hanno famiglie in Italia, che anche loro votano in Italia. Questa situazione ha dell’incredibile, è allucinante, in continuo disfacimento (non mi viene in mente un altra parola, sarà forse un francesismo, ma il senso si comprende) e con un senso di impotenza da parte di tutte le istanze di rappresentanza degli italiani all’estero che fino a oggi non ha trovato nell’azione del Governo un interlocutore. Quanto ai servizi consolari vi sono state chiusure di uffici senza nessun ascolto da parte delle rappresentanze che hanno proposto interventi all’interno delle risorse economiche disponibili per dare servizi e ridurre la diplomazia. Per centinaia di migliaia di ragazzi nel mondo i corsi di lingua e cultura italiana fra tre mesi, signor Presidente, chiuderanno perché abbiamo ridotti i finanziamenti a 6 milioni e mezzo di euro dai 28 che avevamo nel 2008 e gli enti gestori stanno chiudendo. Anche qui abbiamo proposto alcune soluzioni. Abbiamo proposto la riduzione a quasi zero dell’assistenza agli indigenti in America Latina. Sono rimasti poco perché forse – scusate il cinismo – per fortuna loro, muoiono. Ebbene – ripeto – su questi temi abbiamo proposto iniziative che, all’interno delle risorse disponibili, potevano rappresentare soluzioni, contribuendo addirittura alla riduzione del debito. Sui corsi di lingua cultura italiana sarebbe bastato in gennaio – ma si può ancora farlo alla fine dell’anno scolastico – richiamare 348 insegnanti di ruolo mandati da Roma nel mondo, che fanno lo stesso lavoro degli insegnanti assunti dagli enti gestori. Solo con il risparmio dell’indennizzo della sede estero si risolve il problema dei corsi di lingua e cultura; si assume personale in loco; si risolvono i problemi dei COMITES, ossia i Comitati che eleggiamo con una legge dello Stato italiano, i quali stanno oggi chiudendo le sedi e i loro presidenti, che sono operai, pensionati e impiegati, stanno garantendo con fondi propri il rispetto dei contratti locali. Siamo veramente in uno Stato di totale abbandono. (Richiami del Presidente). Presidente, avevo chiesto dieci minuti al mio Gruppo, il quale è stato generoso a ridurli ad 8. Ora chiedo a lei la generosità inversa, se è possibile. Come dicevo, questa è la situazione nella quale stiamo vivendo. Per quanto riguarda i servizi consolari, abbiamo proposto di ridurre – torno a riproporlo – il personale inviato da Roma e di assumere più personale in loco, come fanno gli altri Paesi. Non abbiamo certo inventato l’acqua calda. Abbiamo proposto di ridurre l’indennizzo di sede estera al nostro personale diplomatico del 15 per cento. Stiamo parlando di indennizzi di sede, indipendentemente dallo stipendio, che variano dai 12.000 ai 25.000 euro al mese. Non credo che mettiamo qualcuno sulla paglia con una riduzione del 15 per cento. Con tale riduzione si coprono tutti i bisogni per una rete, per i servizi periferici e per le aziende italiane che devono esportare. Per di più si può rifinanziare la politica alla cooperazione internazionale che abbiamo praticamente azzerato. La ciliegina sulla torta è data dal fatto che i COMITES sono scaduti nel 2009 e, dopo tre anni, non sono stati ancora rinnovati. Il Consiglio generale degli italiani all’estero – dunque le persone continuano a fare il volontariato, essendo il terzo anno di proroga – non ha neanche più le risorse per svolgere le riunioni che detta la legge. La riforma del COMITES CGIE è ferma alla Camera e in Senato circola un disegno di legge di riforma costituzionale che prevede la soppressione del collegio estero. Abbiamo fatto tombola, Presidente. Permetteteci allora di festeggiare.

Mi avvio alla conclusione, ma devo però ripetere per l’ennesima volta che le poche risorse che lo Stato italiano destina alla comunità italiana nel mondo non rappresentano una spesa, bensì un investimento. L’indotto delle comunità italiane all’estero sulla economia italiana è infinitamente superiore. Voglio dare in questa sede una informazione. Il Comitato del Senato per le questioni degli italiani all’estero sta incaricando l’Osservatorio parlamentare di politica estera a realizzare uno studio per stimare questo indotto. Speriamo entro l’estate di avere i risultati. Tagliare i rapporti con gli italiani all’estero è una sconfitta, una perdita per l’Italia e non per gli italiani all’estero. Se la politica italiana e il Governo non sanno capire questo, allora sono veramente preoccupato per il Governo, anzi per l’Italia e non per l’Esecutivo che si "arrangia" sempre. Per questi motivi non voterò la fiducia e vorrei ricordare ai rappresentanti del Governo che il presidente Monti, il loro Presidente, ha pronunciato le seguenti parole alla Camera dei deputati. PRESIDENTE. La prego, senatore Micheloni, di concludere, perché altrimenti utilizza più dei dieci minuti che le sono stati concessi. Non le resta alcun minuto a disposizione. MICHELONI (PD). Cito Monti e concludo il mio intervento con le sue parole: «Sento molto il tema – il tema degli italiani all’estero – non tanto nei suoi aspetti problematici, ma soprattutto nel suo significato di ricchezza del Paese». Queste sono le parole che il Presidente del Consiglio ha pronunciato alla Camera. Mi aspetterei un po’ di coerenza. Per rispetto del mio Gruppo che mi ha molto spesso sorretto nelle iniziative da me intraprese per gli italiani all’estero e ringraziando il collega Musi e gli altri che hanno sostenuto il mio emendamento, non voterò no, non parteciperò al voto, mi auguro di non dovermi trovare nelle condizioni una prossima volta di dover votare no.

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