Italiani nel mondo, Detenuto italiano ucciso durante una rissa in Venezuela

Ieri su ItaliaChiamaItalia abbiamo pubblicato la notizia di un cittadino italiano, Giuseppe Sibilli, nato a Napoli nel 1955, ucciso in un carcere venezuelano, quello di Yare III. Oggi il quotidiano italiano "La Voce", edito a Caracas, torna sulla vicenda. Il connazionale è morto colpito da un colpo di pistola che gli ha trafitto il fianco destro. Come spiega alla "Voce" Padre Leonardo Grasso, responsabile dell’Associazione Icaro, “si tratta del primo detenuto italiano che muore all’interno di un carcere, non ricordo neppure feriti gravi tra i nostri connazionali”.

La famiglia del connazionale, residente a Napoli, è già stata avvertita. Nei prossimi giorni sarà effettuata l’autopsia. Sibilli viveva in Venezuela con una fidanzata.

La ricostruzione Sono ancora da verificare le circostanze in cui è avvenuta la morte di Sibilli. Il corpo senza vita è infatti apparso dopo una lite tra reclusi scoppiata nell’area battezzata “La Torre”, durante la quale sono stati sparati alcuni colpi di pistola. Stando ad una prima ricostruzione dei fatti, una volta controllata la rivolta la ‘Guardia Nacional’ avrebbe incontrato il corpo del connazionale ormai senza vita.  Non si sa con certezza, quindi, se Sibilli sia rimasto coinvolto nella rissa e colpito per caso da una ‘bala perdida’ o se sia stato vittima di un regolamento di conti passato inosservato nel momento di caos.  Nella lite un altro recluso, Rafael Meneses Moncada. sarebbe stato gravemente ferito.

Doveva uscire Sibilli era stato arrestato il 5 febbraio 2008 con l’accusa di traffico di droga. Le manette scattarono all’aereoporto di Maiquetia, nello stato Vargas. Condannato a 8 anni di reclusione, avrebbe già dovuto godere del cosiddetto ‘regime aperto o di lavoro’: un primo beneficio che “non era ancora arrivato per varie questioni – spiega genericamente Padre Leonardo – ma lo attendevamo a breve. "Si tratta di un regime di semi-libertà concesso una volta scontato un quarto della pena – spiega il sacerdote – che permette al condannato di trascorrere la giornata fuori dal carcere per lavorare e la notte in una struttura apposita che si trova vicino al penitenziario La Planta, nella zona del Paraiso a Caracas. Dopo il primo beneficio, può essere concesso di rientrare in cella solo nel weekend e, in un secondo momento, avere solo l’obbligo della firma ogni 15 giorni. Da quando l’avevano arrestato l’abbiamo sempre seguito e accompagnato, anche con l’aiuto del Consolato. Lo incontravamo ogni mese e speravamo di poterlo presto aiutare con un programma di reinserimento lavorativo".

Aveva chiesto il trasferimento Era stato lo stesso Sibilli a chiedere di essere trasferito a Yare dal carcere PGV di San Juan de Los Morros, che considerava “troppo pericoloso”. Era entrato nel nuovo penitenziario il 18 gennaio scorso. "I detenuti hanno il brutto vizio di pensare sempre che il loro carcere sia il peggiore", afferma Padre Grasso.  A Yare I e Yare III sono arrivati più di 800 prigionieri dal Rodeo, il carcere di Caracas tristemente famoso per la lunga rivolta del giugno scorso che ha spinto il governo venezuelano a creare un apposito Ministero sul tema penitenziario. "L’arrivo dei prigionieri del Rodeo ha peggiorato la situazione all’interno del centro di detenzione, già grave a causa del sovraffollamento".
 
Rivolte anche a Yare III Mentre a Yare I moriva Giuseppe Sibilli, a Yare III alcuni detenuti protestavano per il trasferimento della direttrice del carcere. Tre guardie, nel momento di maggior tensione, sarebbero state sequestrate e posteriormente rilasciate sane e salve. I detenuti in rivolta, prima di liberarle, hanno minacciato di ucciderle se le loro richieste non fossero state soddisfatte.

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