Italiani nel mondo, Davico: Voto all’estero nei seggi

Il Sottosegretario all’Interno Michelino Davico ieri è stato ascoltato dalle Commissioni riunite Affari Costituzionali ed Esteri del Senato, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul voto all’estero. La sua idea, che noi condividiamo, è che il voto per posta – meccanismo con cui votano gli italiani nel mondo – non garantirà mai segretezza e chiarezza. Per questo, Davico crede – come alcuni degli eletti all’estero – che sia necessario, anzi doveroso, passare ai seggi in loco, così come avviene in Europa per le elezioni del Parlamento Europeo.
 
Nel suo intervento in Senato, Davico ha prima di tutto sottolineato l’importanza della Legge 459 "alla quale va senz’altro riconosciuto il merito di aver introdotto nel nostro Ordinamento un fondamentale diritto di partecipazione"; legge, però, che "necessita di alcuni correttivi che, pur senza intaccarne i principi ispiratori, consentano di rafforzare il sistema delle garanzie e di semplificare le modalità operative legate all’esercizio del diritto di voto". "In una società sempre più permeabile agli influssi della comunicazione – ha proseguito – non è pensabile che le radici che ogni cittadino ha con la propria terra di origine non siano governate da norme adeguate".  I correttivi alla 459 servono a "garantire la massima sicurezza del procedimento, salvaguardando la segretezza e la genuinità del voto".
 
Il voto per corrispondenza, ha aggiunto Davico, "ha suscitato dubbi sulla regolarità delle operazioni elettorali e, più in generale, sulla sicurezza offerta da tale sistema sia nelle fasi di spedizione, sia in quelle di recapito e di ricezione del plico elettorale. Sotto quest’ultimo profilo – anche se la disposizione prevista dall’articolo 12, comma 5, della legge prevede la possibilità per l’elettore di richiedere all’ufficio consolare l’invio di un nuovo plico con le schede, in caso di mancato recapito dello stesso o di irreperibilità dell’elettore presso il proprio domicilio – è emerso, comunque, in maniera evidente, che non risulta possibile, per le Autorità italiane, controllare il regolare smistamento della corrispondenza in tutto il territorio mondiale". Tale voto, poi, "non appare in grado di garantire il rispetto dei principi di personalità e segretezza costituzionalmente tutelati, come si può evincere dalle numerose segnalazioni e denunce, pervenute anche alla magistratura, circa presunti casi di incetta di schede e di loro falsificazione".
 
Quindi, per garantire "un più elevato livello di sicurezza e di controllo delle operazioni di voto, in alcune proposte di legge è stato previsto di richiedere all’elettore {una volta espresso il proprio voto sulla scheda elettorale), l’introduzione nella busta affrancata, di una copia del proprio documento d’identificazione e/o l’apposizione della propria firma sul tagliando staccato dal certificato elettorale". Soluzioni che, per il Viminale, "non possono ritenersi risolutive in quanto l’inserimento nel plico della copia del documento di identificazione non garantirebbe in ogni caso il principio della personalità del voto, né quello della sua segretezza, mentre la firma dell’elettore sul tagliando elettorale non escluderebbe una sua possibile falsificazione non controllabile dai presidenti di seggio in Italia. Pertanto, tutto ciò, lungi dal garantire maggiore regolarità del procedimento, potrebbe, viceversa, comportare ulteriori annullamenti delle schede per mancanza della nuova documentazione richiesta".
 
Poi c’è la questione-tempo: il voto all’estero, ha detto Davico, è "inevitabilmente sfasato da quello in Italia" tanto da poter "compromettere la regolarità dell’intero procedimento elettorale all’estero". Tema attuale, visto quanto accaduto al quesito 3 nell’ultimo referendum.
 
In sostanza, per Davico, le ipotesi percorribili sono due: l’inversione dell’opzione (gli elettori all’estero, che ora sono iscritti d’ufficio nella circoscrizione Estero e possono in alternativa optare per il voto in Italia, verrebbero iscritti nella circoscrizione Estero solo presentando apposita opzione); l’istituzione di seggi "in loco" presso sedi diplomatiche o istituti di cultura.
 
La prima opzione non sarebbe comunque risolutiva, per Davico: "l’inversione dell’opzione avrebbe l’unico vantaggio di consentire la spedizione di un minore numero di schede per posta ad indirizzi più aggiornati, ma, d’altro canto, potrebbe addirittura aggravare i rischi di irregolarità delle consultazioni, favorendo ulteriori fenomeni di incetta di schede da parte di organizzazioni varie, attraverso la predisposizione di elenchi di elettori "vicini", da agevolare fin dalla materiale formulazione dell’opzione e da "condizionare" al momento del voto".
 
Senza contare, ha aggiunto, che "questa ipotesi potrebbe anche essere censurata con riferimento al principio costituzionale di uguaglianza, atteso che gli elettori residenti nel nostro Paese vengono iscritti d’ufficio nelle liste della circoscrizione nazionale di residenza, mentre quelli all’estero sarebbero cancellati dalle liste della circoscrizione Estero (e verrebbero costretti a tornare in Italia per votare), a meno che non presentino tempestiva opzione". Meglio, per il Viminale, istituire i seggi, una soluzione "da ritenersi assolutamente preferibile dal punto di vista tecnico", anche se "impone all’elettore di recarsi presso il luogo in cui è ubicato il seggio con l’inevitabile conseguenza (date anche in alcuni casi, le notevoli distanze all’estero tra le abitazioni degli elettori e le sedi consolari in cui verrebbero istituiti i seggi) di una minor partecipazione rispetto al voto per posta. Ciò nondimeno, tale ipotesi rappresenta il modo più efficace per garantire i principi di personalità e segretezza del voto anche all’estero e quindi di assicurare la regolarità delle consultazioni. Così come avviene nelle elezioni dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia per il voto dei nostri connazionali nel territorio dell’Unione europea, potrebbero essere istituiti presso tutte le sedi consolari italiane, appositi Uffici elettorali di sezione per tutti gli elettori all’estero, che voterebbero previa identificazione ed all’interno di una cabina elettorale".
 
Davico ha ricordato anche che "il voto "in loco" favorirebbe anche la possibilità di estendere come da più parti richiesto anche in una serie di ordini del giorno accolti dal Governo in sede di conversione del decreto-legge n. 37/11- l’ambito dei soggetti temporaneamente residenti all’estero con diritto di voto fuori dal territorio nazionale che, allo stato attuale, è circoscritto solo ad alcune categorie (come le Forze armate e le Forze di polizia, i dipendenti di amministrazioni dello Stato e delle regioni, i professori e ricercatori universitari), categorie per le quali è possibile effettuare, mediante attestazione delle amministrazioni di appartenenza, non solo la sicura identificazione, ma anche la certa verifica dell’ effettiva presenza all’estero tanto nel periodo delle votazioni, quanto nel periodo anteriore minimo prescritto".
 
Quanto allo scrutinio, verrebbe effettuato comunque in Italia nei seggi istituiti dall’Ufficio centrale della circoscrizione Estero; "tali seggi, pertanto, non dovrebbero più effettuare le defatiganti attività preliminari allo scrutinio, tra cui il complesso calcolo dei votanti, con la "spunta" sulle liste elettorali dei residenti all’estero. Un eventuale provvedimento legislativo potrebbe opportunamente essere redatto in modo da renderlo immediatamente applicabile senza dover ricorrere alla successiva emanazione di normativa regolamentare, predisponendo, quindi, una dettagliata ed organica normativa sul procedimento di organizzazione dei suddetti seggi presso le sedi consolari".
 
In conclusione, Davico ha ribadito che "la normativa che disciplina il voto degli italiani all’estero ha rappresentato una tappa importante, un traguardo significativo nel processo graduale di avvicinamento dei cittadini italiani all’estero alle istituzioni democratiche. Se questo è, indubbiamente, un lato positivo, si sono dovuti riscontrare degli inconvenienti di natura applicativa dei quali si sono opportunamente resi interpreti i Presidenti delle due Commissioni con l’indagine conoscitiva. Non può, d’altra parte, dimenticarsi che in materia elettorale spetta al Parlamento l’ultima parola ed è per questo motivo che il Governo invita codeste Commissioni, e per esse l’intero Senato, a fornire tutte quelle indicazioni e quegli orientamenti che possano rivelarsi utili a migliorare l’impianto legislativo e a raggiungere l’obiettivo, auspicato e pienamente condivisibile, di apportare correttivi al sistema di voto degli italiani all’estero". 

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