Italiani nel mondo, chi ci guadagna con la Circoscrizione estero? – di Domenico Di Tullio

La possibilità di dimezzare o addirittura cancellare la Circoscrizione Estero, è presa in considerazione nei dibattiti quasi segreti tra i capi delle principali forze politiche che sostengono l’attuale governo italiano, nel quadro della riforma istituzionale che pretendono di portare in Parlamento prima della fine della legislatura. Sul tema manca un dibattito aperto e specialmente deboli o scarse sono le voci di quanti considerano la Circoscrizione Estero non una gentile concessione agli emigrati, ma una opportunità per l’Italia.

Infatti, la nascita della Circoscrizione Estero, come voluta a suo tempo dal compianto ministro per gli Italiani nel Mondo Mirko Tremaglia, è sì il riconoscimento di un diritto sancito dalla Costituzione italiana ai cittadini italiani residenti all’estero, ma soprattutto è un regalo che l’Italia ha fatto a se stessa. Se non lo ha ancora capito, è a causa della mancanza di un disegno geopolitico italiano.

Si tratta di una situazione molto preoccupante, che coinvolge non soltanto “esperti” e “opinionisti” – politici, intellettuali, giornalisti, dirigenti –, ma anche molti tra i parlamentari eletti all’estero, che non sanno cosa proporre all’Italia e quindi non sono in grado di difendere i reali valori e le occasioni che si presentano per il Belpaese grazie alla nascita della Circoscrizione Estero. Purtroppo nemmeno sono in grado di difenderla molti tra i nostri dirigenti, la cui assenza da questo dibattito è, quantomeno, sorprendente.  

In questo modo tutto sembra essere disegnato per rendere difficile all’Italia salire sul treno dell’alta velocità della globalizzazione, sul quale invece stanno salendo nuovi e agguerriti attori globali.

La numerosa comunità italiana dell’America Meridionale, che secondo alcuni calcoli potrebbe raggiungere i sessanta milioni di persone – tante quante la popolazione italiana – è per adesso, per quanto detto sopra, una possibilità sprecata. Anche perché è inadempiente il nostro modo di pensare e di organizzarci e di stabilire rapporti con l’Italia, in assenza di obiettivi strategici chiari, all’altezza dei tempi che viviamo che, va sottolineato, non sono gli stessi di appena un decennio fa.

E’ chiaro quindi, che l’Italia non ci capisce. E di conseguenza non capisce l’importanza che l’America Latina ha per il suo futuro.

D’altra parte, perché dovrebbe capirci, se neanche noi stessi riusciamo a farlo? Non dovremmo forse convocare gli esponenti più prestigiosi della nostra collettività (dirigenti istituzionali, rappresentanti del mondo della cultura, ecc) e organizzarci per dare contributi significativi nella costituzione di una geopolitica italo-latinoamericana? Parliamo di un Continente che offre le migliori condizioni di fattibilità del pianeta, come risorse umane capaci, acqua, alimenti, energia e una “risorsa” che genera vantaggi comparativi e competitivi in favore dell’Italia, per approfondire la sua integrazione con esso. Non dovremmo essere più creativi per contribuire a far uscire l’Italia dalla sua miopia e aiutarla a pensare? Di chi è la colpa se ciò non avviene?

Parafrasando Ernesto Galli della Loggia, nel Corriere della Sera del 7 luglio 2011 “l’Italia è un un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida. Nessuno è in grado di dirgli qualcosa circa il futuro che lo aspetta. Ma che cos’è questo se non il compito della politica?”.

O Mario Monti, che sul Corriere della Sera del 25 luglio dello scorso anno, sottolineava: “Non solo la politica, ma la classe dirigente in generale guarda poco al futuro”, e che, a sostegno della sua riflessione, citava Sergio Romano che, in un fondo dello stesso quotidiano, dell’11 luglio, affermava: “Nell`orizzonte dell`attenzione nazionale c`è spazio soltanto per quello che potrebbe accaderci qui e ora”.

Questa è quindi la realtà con la quale dobbiamo confrontarci e con la quale pianificare il nostro comune destino, perché se non lo facciamo, molto probabilmente continueremo a pianificare l’insuccesso del nostro futuro.

Si rende evidente allora che, anche se lo stesso Mirko Tremaglia non avesse pensato alle grandi opportunità che si aprivano con l’elezione di deputati e senatori nella Circoscrizione Estero al Parlamento italiano, essa è stata comunque una opportuna e intelligente politica di Stato italiana che, come abbiamo detto all’inizio, beneficerà essenzialmente l’Italia. Per cui l’idea di dimezzare il numero di parlamentari eletti all’estero è, nel migliore dei casi, non soltanto un errore, ma un deplorevole retrocesso.

D’altra parte, fatte salve poche eccezioni, la citata confusione sul ruolo riservato dalla congiuntura storica ai parlamentari eletti all’estero, nei fatti ha provocato che essi non abbiano agito con la necessaria energia e creatività in difesa dei cittadini dell’America Meridionale e in particolare, della nostra comunità. Questo si dovrà forse al fatto che non hanno una chiara consapevolezza del loro ruolo, della loro missione trascendentale? E se così fosse, non sarebbe questa la dimostrazione che sia l’Italia che noi, non stiamo lavorando adeguatamente per far conoscere la realtà nella quale siamo immersi? Tale realtà non dovrebbe impegnarci nella ricerca di azioni e progetti italo-latinoamericani concreti, fattibili e sostenibili? E noi, figli della Comunità Grande dell’America Meridionale e motori silenziosi del suo sviluppo sociale, culturale ed economico, non dovremmo impegnarci ad agire costruttivamente, con la certezza che la nostra missione è una tra le più trascendenti delle nostre vite?

E a proposito della citata realtà, vorremmo concludere queste riflessioni con un pensiero di Ortega y Gasset: “quello che è sostanzialmente confuso, ingarbugliato, è la realtà concreta, vitale, che è sempre unica…”. E coloro che non riescono a capirla nella sua vera dimensione “procedono persi nella vita; vanno avanti come sonnambuli all’interno della loro buona o cattiva sorte, completamente inconsapevoli di ciò che vivono”.

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