Italiani nel mondo, Ancora una nave italiana sequestrata dai pirati – di Carlo Di Stanislao

Il sequestro arriva pochi giorni dopo la liberazione della Savina Caylyn, rimasta in mano ai pirati per ben 11 mesi. Il mercantile Enrico Ievoli, della compagnia Marnavi di Napoli, è stato catturato stamani, verso le 5 del mattino, dai pirati,  al largo delle coste dell’Oman, in una zona ad alto rischio, nonostante ci siano ben due missioni internazionali, una della Nato, l’altra dell’Unione europea, proprio per cercare di garantire più sicurezza ai cargo di passaggio in quelle acque. I pirati sono riusciti a salire sulla nave ed hanno rapidamente preso possesso dello scafo. Il comandante Agostino Musumeci è riuscito a mettersi in contatto con la compagnia  e a spiegare che, per ora, l’equipaggio sta bene.

Non è la prima volta che la Iervoli è nel mirino dei pirati: già nel 2006 erano stati attaccati; ma grazie alla prontezza del comandante che diede subito l’allarme, il pericolo fu  scongiurato.

Per ora la Farnesina ha confermato il sequestro e diramato notizie in base alle quali si sa che a bordo ci sono 18 persone, sei delle quali italiane. Gli altri marinai sono 5 ucraini e 7 indiani. La petroliera, lunga 138 metri, trasporta circa 15.750 tonnellate di Soda caustica. Partita da Fujairah (UAE) era diretta nel Mediterraneo. Stamani, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, appresa la notizia, ha espresso la sua preoccupazione per il ripetersi di attacchi a navi mercantili italiane, manifestando la vicinanza ai marinai rapiti e alle loro famiglie ed esprimendo la speranza che la vicenda possa risolversi positivamente in tempi rapidi. Sulla base delle indicazioni e delle valutazioni espresse dal ministero della Difesa, legate alla situazione di tensione in corso nell’area, è stata quindi rinviata la visita prevista per il 30 dicembre 2011 alla nave militare Grecale.

Anche il Presidente del Senato, Renato Schifani, ha espresso la più affettuosa solidarietà agli uomini dell’equipaggio sequestrato e ai loro famigliari.

La Pirateria marittima è un fenomeno complesso che nasce in laboratori bellici naturali, come la Somalia o in altri luoghi dove le organizzazioni dedite alla pirateria possono prosperare approfittando della debolezza delle istituzioni governative.

Sultanato asiatico situato nella porzione sud-orientale della penisola arabica, lo Oman è dotato di un’assemblea bicamerale con limitati poteri legislativi, che ha introdotto da poco più di dieci anni, la figura del Primo Ministro e portato ad una serie di  concessioni di diritti civili agli abitanti. Nel 2001 le forze armate statunitensi si servirono di alcune basi in Oman per le operazioni in Afghanistan. Anche in Oman il vento della rivoluzione tunisina dei gelsomini si è fatto sentire, con il sultano Qabus ben Said che è stato costretto a cedere i poteri legislativi a un consiglio consultivo, per frenare il malcontento esploso in alcune manifestazioni di protesta. Secondo quanto riporta l’agenzia ufficiale Ona,  il sultano ha conferito "poteri legislativi e di vigilanza" sull’azione di governo al "Consiglio d’Oman" che finora aveva solo funzioni consultive. Lo stato è comunque debole, attraversato da forti divisioni e ciò favorisce, come detto, la pirateria.

Situazioni di forte tensione si registrano nella parte medio-orientale dello Stato, con  frequenti manifestazioni e vari  assembramenti di protesta. Il golfo dove è avvenuto il sequestro della petroliera italiana è un braccio di mare che mette in collegamento il Mar Arabico con lo stretto di Hormuz e quindi con il Golfo Persico ed è spesso considerato un braccio dello stesso Golfo Persico, piuttosto che del Mar Arabico. Esso delimita a sud-ovest il cosiddetto Il plateau iraniano, che si estende (a circa 1000 m., s.l.m e per 1,6 milioni di chilometri quadrati) dal versante meridionale del sistema montuoso alpino himalayano, alle sponde del Mar Caspio, delimitato a sud dal Golfo Persico e a est dal Pakistan. Contrariamente all’entroterra desertico ed inospitale, quel braccio di mare è uno scrigno pieno di meraviglie e di vita, dove tutto è protetto e non è permesso asportare niente: nemmeno una conchiglia. In quel golfo, funestato dai pirati e paradiso dei sommozzatori più audaci, la vita marina è veramente ricca in ogni punto di immersione, con una grande varietà di corallo soffice e duro e una gran varietà di pesce dovunque.

Durante le immersioni si possono facilmente avvistare razze, tartarughe e delfini ma anche balene e squali di ogni razza e tipo. L’Oman inoltre è il paradiso dei fotografi: i pesci non sono ancora spaventati dal subacqueo e si fanno avvicinare senza timore, tanto da potere scattare immagini impossibili in altri mari. Talvolta sono gli stessi pesci a seguire i subacquei, quasi a volere giocare con loro.

Attualmente le aree a più alto rischio di pirateria marittima sono il Mar dei Caraibi, la zona dello stretto di Gibilterra, il Madagascar, il Mar Rosso, il Golfo Persico, la costa indiana di Malabar e tutta l’area tra le Filippine e l’Indonesia.  Si calcola, inoltre che le perdite annue per la pirateria ammontino ad una cifra compresa tra 13 e 16 miliardi di dollari, in particolare a causa degli abbordaggi nelle acque degli Oceani Pacifico e Indiano e negli stretti di Malacca e di Singapore, dove transitano annualmente più di 50.000 carghi commerciali. I moderni predoni del mare presumono che gli armatori siano molto ricchi per cui le loro richieste di riscatto ammontano sempre a diversi milioni di dollari. Difficile dire con certezza quanti siano in questo momento i marittimi catturati e trattenuti dai pirati a scopo estorsivo. Con molta probabilità sono diverse centinaia solo in Somalia. Di certo si sa che, solo il 10 per cento di essi provengono da Paesi OCSE, gli altri da Paesi come India, Ghana, Sudan, Sri Lanka, Vietnam, Pakistan, Egitto, Cina, Sri Lanka, Filippine e Yemen. E si sa anche che il calvario degli ostaggi è indescrivibile. Essi devono sopportare ogni forma di abuso che va dai maltrattamenti fisici ai psicologici, come bastonature e finte esecuzioni.

Nel tentativo di arginare il fenomeno della pirateria marittima sono state predisposte tre missioni navali militari internazionali di contrasto, CtF 151, Ocean Shield e Atalanta. Sono rispettivamente a guida USA, NATO e Ue. Questo però, non ha eliminato del tutto i rischi per i mercantili, oltre 40mila, che ogni anno navigano lungo la rotta Asia-Europa. Tuttavia, va ricordato che quasi sempre nessuna nave da guerra delle coalizioni internazionali è a portata di ‘voce’. Un assalto si consuma massimo in 15 minuti, mentre una nave da guerra anti pirati per intervenire in soccorso del mercantile assaltato ci può impiegare anche un giorno. Nella maggior parte dei casi, i Paesi colpiti dal fenomeno sono costretti a trattare con gli stessi pirati, poiché lo scopo della pirateria marittima ancora oggi è sempre lo stesso: catturare un mercantile e il suo equipaggio, depredarlo del carico e poi trattare per il rilascio dei prigionieri. Un rilascio sempre successivo solo al pagamento di un riscatto. Riscatto che viene pagato dagli stessi Paesi che si impegnano in costose quanto inutili missioni navali internazionali di pattugliamento anti pirateria. Un riscatto che poi va nelle casse delle varie organizzazioni piratesche ed in parte serve per finanziare l’attività criminale degli stessi pirati e in parte viene gestito da criminali dal colletto bianco. Questi ultimi attraverso network finanziari e bancari internazionali sono in grado di gestire in maniera sempre più proficua questi ingenti guadagni.

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