Italiani in Argentina, Collettività sotto esame – di Walter Ciccione

 

L’attuale crisi che sta attraversando l’Europa in generale, trova l’Italia tra i “sorvegliati speciali”, un paese colpito dalle difficoltà economiche,finanziarie e politiche, combinazione imbarazzante di elementi convergenti atti a scatenare una sorte di “tempesta perfetta”, abbattendosi sulla Penisola e trascinandola alla deriva.

 

Si tratta di eventi che, come al solito, noi italiani al Plata seguiamo con attenzione e preoccupazione. Una situazione complessa che suscita enorme risonanaza mediatica e sociale che, nel nostro caso, possiamo affrontare, purtroppo, solo da semplici spettatori, “guardando dalla finestra”, subendone però in qualche modo gli effetti. Al di là delle reazioni emotive, l’immagine sbiadita che progetta la madrepatria colpisce in qualche modo la nostra “fierezza di italiani all’estero”, ma la realtà più dura è l’effetto della crisi economica, la politica dei tagli e  le sue  conseguenze tanto sulla promozione della cultura e della lingua italiana all’estero come le prestazioni della rete consolare e l’assistenza agli anziani connazionali indigenti.

Ma come reagisce la collettività? Per chi fa giornalismo in seno alla nostra comunità, vediamo un panorama complesso. Anzitutto bisogna tenere presente a modo di premessa, il fatto evidente del progressivo tramonto degli italiani nati in Italia e il conseguente trapasso alle nuove generazioni, situazione che ci pone davanti ad una sfida, ovvero attraversare un periodo di transizione tra due cicli diversi. Il primo che vedeva una collettività partecipativa, creativa e impegnata, che riuscì a conquistare traguardi importanti. L’altro, che comincia in un contesto confuso, tra l’apparente indifferenza o l’abbattimento di una comunità che negli ultimi anni vissuti in seno alla crisi locale, è diventata, per certi versi e settori, opportunista, abile nel coniugare i verbi delle richieste a regioni o al governo italiano, richieste alle quali a suo tempo ha ricevuto generose risposte ma che oggi, alla luce delle difficoltà sopracitate, devono essere messe da parte, mentre  va recuperata la mistica e l’intelligenza che ci sono state caratteristiche, per risolvere i problemi con le nostre risorse.

Possiamo immaginare questa sfida come un esame da affrontare, la collettività tutta e i nostri dirigenti in particolare, sui temi più svariati: dall’associazionismo alle nuove generazioni, alla classe dirigente, ai rapporti con l’Italia e le sue istituzioni e in particolare nell’elaborazione di un nuovo progetto di collettività.

Nel caso dell’associazionismo che, come è noto, costituisce la spina dorsale della Nostra storia e che oggi attraversa una fase complessa, forse gli attori principali dovranno reimpostare la loro azione di fronte ad uno scenario nuovo, intensificando l’attività di promozione delle nuove generazioni, fondamentale perché l’associazionismo possa recuperare il ruolo da protagonista, di ente convocante e scuola di dirigenti che ha saputo avere in passato. In questo senso è di buon auspicio il recente intervento nel Confederale della FEDITALIA del suo presidente Luigi Pallaro invitando a far ripartire l’associazionismo.

Buona parte della classe dirigente della Nostra comunità affronta la necessità di rinnovarsi e di formarsi e, senza mettere da parte i veterani, gli storici, avere la capacità di far partire le necessarie sinergie, coinvolgendo la forza e l’entusiasmo dei giovani e l’esperienza e la saggezza degli anziani. Le nuove generazioni occupano un posto cruciale nelle nostre problematiche. E’ imprescindibile trovare una formula per risolvere il dilemma della loro limitata partecipazione nelle nostre istituzioni.

Anche le altre istituzioni  presentano un panorama complicato. I Comites mostrano il logoramento proprio dei sette anni passati da quando sono stati eletti e, nonostante la buona volontà che possono avere, hanno bisogno di rinnovamento, perché è notevole l’indifferenza di buona parte della comunità nei loro confronti. Si tratta comunque di un ente che va ripensato e potenziato. Il Cgie invece, ente nomade e costoso, che gira il mondo elaborando documenti con destinazione incerta, ha avuto obiettivi importanti nei primi anni di vita, ma oggi, con la presenza dei parlamentari eletti all’estero, la sua continuità viene messa in discussione in settori delle nostre comunità.

Il quadro delle rappresentanze si completa con i nostri parlamentari, che fino ad oggi non sono riusciti a rendere concrete le promesse fatte durante la campagna elettorale. Una gestione da trascurare, anche causata da un sistema che costringe gli eletti nelle liste dei partiti ad eseguire gli ordini impartiti da essi. Per impostare un progetto di collettività, quindi, sarebbe necessario riunire tutte le eccellenze locali dei campi della cultura, della politica, dell’economia, dell’informazione, che possano dare il loro contributo di idee, da presentare al dibattito, per fare progetti a medio e lungo termine, fare scelte strategiche e impostare azioni per arrivare ad una sorta di rinascita della collettività. Si tratta di una sfida da affrontare, un esame, forse il più impegnativo che abbiamo di fronte a noi. E non abbiamo dubbi che riusciremo a superarlo, in modo anche da dare ragione a Socrate, quando diceva che “una vita senza esami non merita di esser vissuta”.

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