Italiani all’estero sequestrati – di Carlo Di Stanislao

Francesco Azzarà, 34 anni, originario di Motta San Giovanni, paesino in provincia di Reggio Calabria, operatore italiano di Emergency, è stato sequestrato domenica a Nyala, capitale del Sud Darfur. Oggi  Abdul Karim Moussa, vice governatore del sud Darfur, ha dichiarato alla sudanese Media Center, che il volontario italiano “sta bene, sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico” e che le forze di sicurezza sudanesi “stanno stringendo il cerchio” intorno ai rapitori. Il governatore ha precisato che i responsabili del sequestro “si trovano ancora nel Sud Darfur” e che le autorità non intendono “pagare alcun riscatto", lasciando intendere che potrebbe essere arrivata una richiesta di pagamento da parte dei sequestratori.

Il sequestro dell’italiano è l’ultima di una serie di azioni dimostrative firmate dai ribelli per portare l’attenzione internazionale sulla repressione del governo di Karthoum. Il governo del presidente sudanese Omar Hassan al Bashir, a poco più da un mese dalla nascita dello stato del Sud Sudan, sembra terrorizzato dall’effetto "Juba". Il timore è che l’indipendenza del Sud possa gonfiare di entusiasmo e speranze anche altre etnie del Paese, a cominciare dai darfuriani. Se Bashir perdesse il controllo del Darfur perderebbe l’opportunità di accedere ai ricchi giacimenti di petrolio che si trovano a confine col Ciad (ancora da estrarre) e i preziosi bacini di acqua che si trovano nel sottosuolo dell’altopiano del Jabelmarra.

Medici senza frontiere e Save the Children, hanno determinato la sospensione di programmi speciali di alimentazione destinati a migliaia di bambini affetti da grave malnutrizione e alle donne in stato di gravidanza e hanno messo a rischio anche le cure sanitarie e i ripari per centinaia di migliaia di persone. Se Khartoum e le Nazioni Unite non riusciranno a colmare al più presto tali lacune, le condizioni di vita di 1 milione e 800 mila persone dipendenti dagli aiuti alimentari si deterioreranno ulteriormente. La situazione si aggrava di giorno in giorno. Si susseguono segnalazioni di attacchi sia nell’area ad est di Nyala, capitale del Sud Darfur sia nel Nord, nei dintorni di Al Fasher. In Darfour i massacri continuano e, come ci informa l’associazione Italian for Darfour, è ormai chiaro che il contingente autorizzato dalla risoluzione approvata all’unanimità dal Palazzo di Vetro nel 2007, e rinnovata a fine luglio, è una parodia, una farsa mediatica. E’ piuttosto strano, comunque, il rapimento del volontario italiano, dal momento che Emergency è ben voluta in Sudan, dove opera dal 2004. Alla periferia della capitale ha creato il centro Salam di cardiochirurgia, l’unica struttura specializzata e gratuita in una fetta d’Africa con 300 milioni di abitanti e dallo scorso anno il Centro pediatrico di Nyala assiste i bambini fino ai 14 anni.

Mentre per Azzarà sembra comunque prossima la liberazione, restano in mano ai pirati somali dallo scorso 8 febbraio,  i marinai italiani della Savina Caylyn, che recenti foto (risalenti al 9 giugno) inviate per fax, ritraggono davvero in pessime condizioni. La nave, con a bordo un equipaggio di 22 persone, 17 indiani e 5 italiani, fu sequestrata dai pirati in pieno Oceano Indiano, a 880 miglia dalle coste somale e a 500 miglia dall’India. Nelle foto i prigionieri appaiono spaventati e sotto la minaccia di mitragliatrici puntate loro contro da pirati che sembra siano nel più dei casi minorenni e hanno il volto coperto dalle kefiah e le cartucciere con le munizioni al collo.

Secondo i dati dell’Imb (Piracy Reporting Centre) la pirateria ha raggiunto il suo massimo storico nel 2010 con 445 attacchi, 53 navi sequestrate e 1.181 marittimi catturati. Un fenomeno che non accenna a diminuire considerando che, nel corso del 2011, sono stati denunciati 211 nuovi attacchi, con 26 navi e 522 marittimi ancora ostaggio dei pirati, mentre 7 persone hanno perso la vita. Quella della pirateria è dunque un’emergenza globale che ha indotto la Ics (International Chamber of Shipping) a riferirne presso l’Ocse, durante il forum internazionale dei trasporti, tenutosi tra il 25 e il 27 maggio scorsi in Germania. Il trasporto per via marittima riguarda l’80% del commercio mondiale e i danni economici sono ingenti. Solo in termini di riscatti pagati, si calcola che, nel 2010, 238 milioni di dollari siano finiti nelle tasche dei pirati somali mentre i costi assicurativi per gli armatori sono aumentati in maniera esponenziale fino a superare i 3 miliardi di euro all’anno. Ci sono poi le spese militari sostenute per cercare, infruttuosamente, di arginare il fenomeno: in questo caso sono circa 2 i miliardi di dollari che vengono spesi ogni anno.

In effetti i riscontri di indagine consentono di rilevare che la pirateria registra una recrudescenza a partire dal 2006 anno in cui le “corti islamiche” furono estromesse dal potere governativo. Inoltre, va aggiunto che la popolazione somala non vede la pirateria come un fenomeno negativo da contrastare e in un contesto di estrema povertà, i milioni di dollari provenienti dai riscatti costituiscono una fonte di reddito non solo per i pirati ma anche per le località che ospitano i santuari del crimine. In tal senso si spiega il fatto che mediamente la popolazione somala non comprende l’investimento del mondo occidentale con lo spiegamento di forze navali nell’area per il controllo del traffico marittimo ritenendo che gli stessi Paesi potrebbero garantire, con donazioni, sollievo alla povertà che pervade la Somalia.

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