Italiani all’estero, se ci siete rispondete! – di Carlo Domenico Erio

A parte i soliti ignoti, ovvero noi, detti anche "autoreferenziali", non leggo, non ricevo, non sento nulla di nuovo. Indignati che non contano. Urla nel silenzio assordante del MAE e dei suoi corridoi fatti di tante stanze con chiavi sulla porta e non…

Vi racconto una storia. C’era una volta un grande Stato che aveva memoria, che sapeva ciò che doveva ai milioni di connazionali partiti nel mondo per lasciar posto in Paese, ai milioni partiti e svenduti per "un sacco di carbone", ai milioni partiti e che avevano rimandato indietro miliardi di valute pesanti (non di lirette) affinché la famiglia, i vicini, il Paese potesse vivere al di là di ogni aspettativa… ma questo avveniva in un altro mondo, in un mondo che rispettava chi era partito. Poi, negli anni ’90 é cominciato un sussurro… E se questi ingordi volessero profittare dell’Italia per diventare ricchi all’estero? Il rumore si amplificava tra gli italiani d’Italia.

Noi abbiamo imprese, case, tre macchine a famiglia, frodiamo il fisco, lavoriamo a nero, ma siamo i poveri della favola, "loro" i nostri famigliari, hanno fatto fortuna all’estero,"tutti americani" e noi siamo poveri in confronto a loro.

Così,  “quelli” che avevano lottato negli anni sessanta e settanta per avere una pari dignità, per avere diritto alla parola in assemblee consultative almeno presso i Consolati, riuscivano ad ottenere dai due grandi partiti di allora – D.C. e  P.C.I. – dei rappresentati dell’Emigrazione. Erano per lo più dei trombati italiani che i partiti nominavano alla guida dei dipartimenti esteri per ghermire voti agli italiani all’estero (al 99% europei) che rientravano per il voto in Italia.

Ma quelli degli anni ruggenti insistevano e…"rompevano". Allora avvenne la Grande Rivoluzione: diamo loro un angolino di rappresentatività e crederanno di essere grandi, un viaggio a Roma (terra di impero) una volta per anno e questi porteranno il messaggio evangelico dei governanti e dei partiti nelle loro colonie. Ma a quelli non bastava mica, anche se per alcuni con un cavalierato o una commenda (addirittura, sì! sì!) era poi un bel tacere. Insomma, se questi continuano a rompere, diamo loro qualcosa di più fantastico e pieno di vuoto, diamo loto i Coemit, grandiosa invenzione, un coniglio uscito dal cappello di un mago a misura andreottiana. Diamo loro conferenze mondiali (verranno a Roma a migliaia per spendere e spandere e rilanciare l’economia nostrana a spese loro, ancora una volta), diamo loro rappresentanti eletti all’estero (che poi faremo tacere con prebende e incarichi vari)…

Sì, é così che nacque una favola, quella degli italiani all’estero che impoverivano l’Italia con i loro problemi di pensioni, di lingua e cultura, e tante altre domande di soccorso, mentre i poveri Consoli (con stipendi da favola davvero) erano assediati da mille problemi che erano incapaci, per natura loro, di risolvere.

Noi – mi considero uno dei "quelli" – ci abbiamo creduto ed abbiamo onorato con impegno e senza prebende, nè stipendi senatoriali, parlamentari, consolari, quello che credevamo potesse essere un ruolo di rappresentanza e difesa dei diritti dei cittadini; molti altri, in primis lo Stato, ci hanno preso in giro.

Già tempo fa dichiaravo “dimissioniamo dal CGIE e dai Comites”: in quanti mi sono saltati addosso dicendomi non é opportuno! “Darai ragione a Mantica!…”. Mah.

Cari connazionali, cari italiani all’estero che leggete queste oneste testate on-line, vi chiedo, dico bene: vi chiedo un boato di proteste a Napolitano, a Monti, a Schifani e a Fini, non agli intrallazatori che domani cercheranno con facce d’angelo di fregarvi nuovamente. Vi chiedo una protesta unanime e univoca, affinché ragione prevalga, affinché democrazia vinca!

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