Italiani all’estero, Monti da Obama e poi al Congresso – di Ennio Caretto

Washington – La settimana prossima, il presidente Barack Obama riceverà alla Casa bianca il nostro premier Mario Monti. Monti parlerà anche al Congresso e visiterà poi New York. Sono riconoscimenti all’Italia da parte dell’amministrazione democratica americana negati per tre anni a Silvio Berlusconi. E testimoniano del notevole cambiamento di immagine del nostro Paese a Washington in pochi mesi.

L’America di Obama non guarda più all’Italia con ironia mista a benevolenza come ai tempi di Berlusconi, ma con una certa ammirazione. Perché sotto Monti l’Italia ha dimostrato di non  essere il paese del “bunga bunga” ma di essere un Paese di cui l’Europa e la comunità atlantica non possono fare a meno. Un Paese che crede nel proprio futuro e compie sacrifici per realizzarlo, e che crede nell’euro e nell’Alleanza con l’America. Non che Obama detestasse Berlusconi, semplicemente non lo riteneva molto credibile.

Il presidente americano aveva apprezzato l’ospitalità del cavaliere nel 2009, al vertice del G8 a L’Aquila. Ma dal 2010, quando si era accorto che la negligenza berlusconiana (austerity  modesta e nessun rilancio economico per superare la crisi) danneggiava l’Italia e l’Europa, aveva preso le distanze. Negli ultimi mesi del cavaliere, Obama si era fatto velatamente critico del nostro governo, perché capiva che una caduta dell’Europa o dell’euro avrebbe messo KO anche l’America, e che se l’Italia non fosse ritornata sulla giusta strada la caduta sarebbe stata inevitabile. I vizi privati di Berlusconi non c’entravano molto nella freddezza finale del presidente americano. Semmai c’entrava un calcolo elettorale interno: per essere rieletto alle elezioni  a novembre, Obama ha bisogno che l’Italia si stabilizzi e l’Europa riprenda a crescere. Il nostro Paese ha davanti a sé un cammino molto difficile. La sua situazione pochi mesi fa era ben descritta da Adolfo Viola, un romano che ha parafrasato Fratelli d’Italia per il centocinquantesimo anniversario della nostra unità. “Fratelli d’Italia / ma che Italia è questa” si chiedeva Viola. “Tra donne e festini / si perde la testa / la faccia già è persa / da molti anni ormai / ridendo e scherzando / sguazziamo nei guai”. E rilevava tra l’altro: “Stringiamo la cinghia / già il 15 del mese / ed il 27 siamo pieni di spese / e intanto il governo / e l’opposizione /pensano solo alle loro poltrone”. Concludeva questo italiano, che evidentemente ama l’Italia ed è rimasto ferito dalle sue tragedie: “Una terra che era / l’orgoglio di tanti / di pittori e poeti / di artisti e di santi / ed è ora la burla / del mondo intero / sull’orlo di un baratro / triste e oscuro”. Adolfo Viola non aveva tutti i torti: l’Italia del Risorgimento e della Resistenza era irriconoscibile. Oggi, tuttavia, qualche passo è stato compiuto. La riprova sta negli elogi di Obama al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, uno dei suoi interlocutori preferiti, a Mario Draghi, il governatore della Banca centrale europea, che lavorò alcuni anni a Washington, a Mario Monti e agli italiani. Sta nei giudizi positivi dei media, dal New York times, secondo cui il nostro governo è di nuovo credibile, al Financial times di Londra, che ci vede tra i protagonisti dell’anno. Sta nell’attenzione del popolo americano alle nostre vicende.

Una volta in America si diceva che l’Italia è “unsinkable”, inaffondabile, perché superava tutte le crisi. Oggi non lo si dice più, ma non si dice neppure più che andrà a fondo, come sembrava l’anno scorso. Alla tetra sfiducia americana del 2011 nell’Italia è subentrata una guardinga fiducia. Che potrebbe svanire se i partiti non permettessero a Monti di finire il suo compito. Su questo punto si è soffermato sul Corriere della sera lo scienziato italiano Leonardo Maugeri che insegna in America alla famosa università di Harvard. Tutte le elite americane, culturale, politica ed  economica, ha scritto Maugeri, temono che il governo Monti e leader come Draghi siano divorati dai partiti “dal ventre oscuro e immarcescibile dell’establishment peggiore, capace di andare sott’acqua per poi riemergere appena passata la tempesta, di suscitare i sentimenti peggiori dell’elettorato toccando le paure e le corde più reazionarie delle sue viscere, di mantenere le proprie posizioni in ogni snodo piccolo e grande del potere”. Temono cioè che alla prima schiarita la “casta” dei nostri politici riprenda il sopravvento in Italia e che questo acceleri il nostro declino, provvisoriamente fermato da tecnici “super partes”. Un timore condiviso da alcuni paesi europei che in un caso del genere ci volterebbero le spalle. E’ la riprova, se ce ne fosse stato bisogno, che per i nostri partner il problema di fondo dell’Italia sono i politici. Per carità, tra di essi si trovano degnissime persone, ma molti devono cambiare o devono essere sostituiti. Il Parlamento italiano non ha certo brillato negli ultimi anni, e il Paese sente la necessità del suo rinnovamento. La sente anche l’America per quanto riguarda il Congresso.

L’indice di approvazione del Congresso è al minimo storico, va dall’11 al 14 per cento, l’indice di disapprovazione è al massimo, va dal 79 all’86 per cento. Secondo un sondaggio del Wall street journal e della televisione Nbc, il 56 per cento degli elettori vuole che tutti gli attuali parlamentari vengano buttati fuori. Antipolitica? No. Nel tempo della crisi, la stanchezza della “casta” è universale, la gente è risentita e amareggiata. In genere, la casta si è dimostrata incapace di governare il proprio Paese.

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