Italiani all’estero, Marino (Pd) a ItaliaChiamaItalia: ‘Tacconi con noi? Scelta onesta’

Roma – Un Pd ormai snaturato da troppi trasformismi? "Assolutamente no. Non credo che il Pd corra questo rischio". Parola di Eugenio Marino, responsabile del Pd mondo, che a ItaliaChiamaItalia spiega che "nel caso di Tacconi, non si tratta di un passaggio da uno schieramento all’altro come conseguenza di trattative personalistiche basate su un interesse del governo o del singolo parlamentare".

C’è chi ritiene che l’ingresso di Tacconi nel Pd porti il partito verso il trasformismo. Condivide?

“Povero Depretis, quante volte viene citato e a sproposito nel nostro tempo, più che nel suo. Assolutamente no. Non credo che il Pd corra questo rischio. La verità è che il nostro partito è diventato molto attrattivo e, soprattutto, l’unico credibile nell’affrontare i problemi del Paese. Persino a livello europeo è il principale soggetto politico del Pse. Questo comporta che chiunque abbia posizioni moderate, progressiste e, insomma, di centrosinistra e fatica a riconoscersi in partiti o movimenti poco strutturati, senza una collocazione ideale anche in ambito internazionale e un programma progressista e liberale, trova un approdo serio solo nel Pd. Oggi, infatti, il Pd non ha bisogno di singoli apporti parlamentari per far sopravvivere il Governo sulla base di pochi voti. E, nel caso di Tacconi, non si tratta di un passaggio da uno schieramento all’altro come conseguenza di trattative personalistiche basate su un interesse del governo o del singolo parlamentare. Nel recente passato abbiamo assistito a singoli cambi repentini di gruppi o partiti da parte di alcuni parlamentari: in questi casi il passaggio è stato immediato, ha comportato che i singoli diventavano determinanti per la sopravvivenza o meno del governo. In alcuni casi la magistratura ha indagato persino su trattative illecite, in altri abbiamo assistito a passaggi premiati con ricandidature in collegi blindati o incarichi di governo o sottogoverno. Nel caso di Tacconi, invece, vi è la maturazione di un percorso politico sofferto. Tacconi è uscito dal gruppo grillino più di un anno fa. E per più di un anno ha lavorato in Parlamento osservando la coerenza, l’impegno e la serietà dei vari gruppi e partiti. E solo ora ha deciso di aderire al Pd, senza contropartite di sorta, che io sappia”.

La scelta di organizzare una conferenza stampa con la collega Garavini è stata da alcuni contestata. Non sarebbe stato più opportuno far presenziare gli altri eletti della Svizzera?

“La conferenza stampa attiene all’ambito della comunicazione e della diffusione di una notizia, ossia l’adesione al Pd. In quel caso io stesso ritengo vi sia stato un errore importante di comunicazione e di forma da parte di Tacconi. Ma credo sia stato un errore fatto in buona fede, dovuto a una sua leggerezza e che si poteva evitare. Lui stesso lo ha riconosciuto e ha chiarito la cosa con i colleghi parlamentari e con lo stesso partito, altro atto positivo e che indica quanto poco trasformismo vi sia in questa scelta”.

Come responsabile del Pd all’estero, era al corrente dell’ingresso?

“Del fatto che avesse maturato la volontà di aderire al gruppo parlamentare del Pd dopo più di un anno di lavoro parlamentare fuori dal Movimento 5 stelle sì, ma della conferenza stampa e delle modalità con le quali l’ha pensata e organizzata no, altrimenti avrei provato a consigliare modalità diverse”.

Come responsabile del Pd all’estero, sa dire ai nostri lettori se Tacconi sarà un nuovo candidato in Svizzera, al posto di altri già presenti o degli attivisti?

“Guardi, l’ho detto più di una volta in passato, io faccio politica, non l’indovino. E non credo esistano sfere di cristallo o effemeridi dalla cui consultazione sia possibile ricavare la conoscenza del futuro. Io sono il responsabile per l’estero di un partito che ha una sua struttura e organizzazione molto complessa e che sta e vive sul territorio, dove operano dirigenti locali dai quali non si può prescindere. Quindi è impossibile dire oggi chi saranno i candidati nel 2018. E questo, certamente, non vale solo per Tacconi, ma per tutti. Tacconi, poi, ha deciso di aderire in pieno al Pd, di iscriversi prendendo la tessera in Svizzera, dove ha già preso contatto con i dirigenti locali su come completare la sua adesione e come fare vita di partito nel territorio di appartenenza. Quindi vale per lui ciò che vale per tutti gli iscritti, i dirigenti e i parlamentari”.

Non è presumibile che, in cambio del suo arrivo, sarà chiesto a Tacconi una certa fedeltà di voto sulle riforme al governo Renzi? Del resto Garavini è una renziana.

“Ripeto: non vi è stata, almeno che io sappia, alcuna trattativa sull’adesione di Tacconi al gruppo Pd e al partito. Nessun do ut des. Tacconi, come ho già detto, da più di un anno è uscito dal gruppo dei grillini e ha seguito i lavori parlamentari, in modo particolare quelli del Pd. Dopo questo periodo ha maturato l’idea che il nostro è il partito al quale si sente più vicino per linea politica, per composizione, per struttura organizzativa, per democrazia interna. E mi pare abbia sostenuto di aver lasciato i grillini proprio perché al loro interno mancava una reale democrazia e il diritto al dissenso. Sarebbe dunque paradossale che poi decidesse l’ingresso nel Pd sulla base di ‘una certa fedeltà di voto’. Ciò che si chiede e pretende da Tacconi come, ripeto, da chiunque stia nel Pd, è l’adesione allo Statuto, al Codice etico e alle regole democratiche di cui il Pd si è dotato. Queste garantiscono la pluralità di posizioni, la discussione democratica e persino il dissenso entro un sistema di regole”.

Condivide chi dice che far entrare Tacconi nel gruppo significa mettere i piedi in testa ai tanti attivisti del PD nel mondo?

“Quando è un parlamentare di un altro Partito ad arrivare nel Pd è normale che la cosa crei scossoni, preoccupazioni, tensioni interne. Soprattutto se, come è successo in questo caso, si commette qualche leggerezza nel presentare pubblicamente la cosa. Ma le cose cambiano se si segue un percorso politico serio, strutturato o se vi è una volgare trattativa su posizioni e incarichi. Nel caso in questione mi pare valgano le prime motivazioni per cui, quando col tempo i nostri militanti, dirigenti locali e colleghi parlamentari, avranno modo di valutare l’operato in Parlamento e nel partito di Tacconi penso sarà chiaro che non mette i piedi in testa a nessuno, ma porta il suo contributo in un partito che vuole crescere e continuare ad essere forza di governo”.

Crede che, anche dopo la scelta di sostituire i membri della minoranza in commissione alla Camera, il Pd possa spaccarsi definitivamente?

“In realtà non lo pensavo nemmeno prima. Non credo, infatti, che sia una buona idea spaccare il Pd sul dissenso sulla legge elettorale, che è una scelta tecnica e non tocca direttamente la vita delle persone. Può, certo, avere degli effetti distorcenti sul piano della rappresentanza e dunque della qualità della democrazia soprattutto considerando l’insieme di tutte le riforme – elettorale, del Titolo V della Costituzione e del Senato – e non ciascuna presa singolarmente. Insomma non voglio dire che sia un tema minore, ma che non serve drammatizzare, ma valutare l’impianto complessivo delle riforme. Inoltre, penso che vi siano molte altre questioni politiche e sociali che toccano la carne viva dei cittadini, i loro diritti sociali e civili, la loro capacità di condurre una vita dignitosa. Sono quelli i temi sui quali il Pd non può permettersi lacerazioni o divisioni. Sono queste le questioni che connotano un grande partito popolare, riformista e di sinistra”. La legge elettorale, per quanto significativa e importante, non è l’armageddon.

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