Italiani all’estero, vi racconto la mia Londra – di Mattia Bernardo Bagnoli

London: Tower Bridge

Mattia Bernardo Bagnoli è l’autore di ‘Strano ma Londra. Come trasferirsi e vivere all’estero’. Milanese con un master in International Journalism, dal 2005 vive e lavora a Londra come corrispondente dell’ANSA e giornalista free lance. Per Fazi Editore ha pubblicato nel 2009 il noir Bologna permettendo.

Qui di seguito un contributo esclusivo scritto dal giornalista proprio per Italiachiamaitalia.it. Buona lettura.

La prima volta che ho posato le zampe sul sacro suolo britannico era il luglio del 1998. Blair aveva da poco vinto le elezioni, c’era ancora la lira – quindi il cambio con la sterlina era qualcosa di illegale – e l’idea era quella di cercare un lavoretto per pagarmi le vacanze. Di lì a poco mi avrebbe raggiunto una banda di amici. Nel giro di una settimana trovai una casetta a Camden Town con due stanze che ci avrebbe accolto tutti – 140 pound a settimana, lo ricordo ancora adesso – e un posto come vice-cameriere in una pizzeria italiana a Soho. A 17 anni la vita è ancora un grande gioco dove davvero è più importante partecipare che vincere. Mai avrei pensato che un’era geologica dopo Londra sarebbe diventata la mia casa.

Già, perché non importa cosa combinerò d’ora in poi: dentro, in fondo, dopo 7 anni passati ad azzuffarmi tutti i giorni con la capitale britannica, io mi sento londinese. È una sensazione strana. In quella lontana estate del ‘98, tra pizze servite ai tavoli e scorribande notturne, non mi riuscì nemmeno di spingermi fino al Tamigi. Troppo vasto il cielo su di me, troppo profonde le paturnie adolescenziali per poterle aggirare. Ora vado all’Ikea in macchina – rigorosamente affittata per la giornata – e quasi non ho bisogno di Google Map. Londra l’ho girata in lungo in largo, per piacere e per lavoro, e ci sono giorni che mi annoia, che non la sopporto, che vorrei essere altrove. È casa, per l’appunto. Non mi emoziono più quando prendo al volo l’ultimo treno della Central Line, cuffie nelle orecchie, qualche birra di troppo in corpo, e un set cinematografico intorno. È la mia realtà, non so quasi più immaginarne un’altra. Londra mi ha accolto come ha accolto milioni di persone prima di me da ogni dove: un’estate da cappotto e una stanza da denuncia alla buoncostume. Forse non è stato amore a prima vista. Né a 17 anni né tanto meno a 25. La scarica elettrica di New York o il languore malinconico di Buenos Aires, quello che ti fa dimenticare di prendere l’aereo, Londra se li può scordare. Detto questo, come scrive Ennio Flaiano, ogni vera storia d’amore inizia con le parole «ma chi è quella stronza?».

Ecco. A me è successo così. Quando a giugno piove tutti i giorni e accendi il riscaldamento a casa ti domandi «ma chi me l’ha fatto fare?»; poi però a fine settembre succede anche che arrivano dieci giorni a 26 gradi, le sponde del fiume traboccano di gente, ti allunghi fino all’istituto nazionale del cinema e ti spari una retrospettiva su Hitchcock. Così, per caso. Oppure ti becchi Paul McCartney a luglio che suona per tre ore gratis a Hyde Park. Londra è un tritacarne, un caleidosopio di colori e sapori, un porto di mare e un trampolino verso chi lo sa che cosa. Londra è la vita che non sta mai ferma e pure se te ne stai stravaccato sul divano per una settimana ti sembra comunque che ti porti con sé a fare un giro. E poi a Londra c’è gente che sogna forte. Non è che sia sempre un bene, per carità. Il successo è una bella cosa purché capiti a te, altrimenti può essere una maledizione. E qui ci sono tanti maledetti. Lo abbiamo visto lo scorso agosto quando le periferie bruciavano e ci siamo tutti chiesti ma che cavolo di società è questa, dove i manager si triplicano i bonus e i disperati si giocano il futuro per portarsi a casa uno smartphone. Ma è la storia del nostro tempo. A Londra ci sono anche i ragazzi di Occupy che si prendono il sagrato della cattedrale di St Paul e danno vita a un forum sul futuro del capitalismo e insieme ai ‘colleghi’ di New York fanno discutere il mondo; ci sono i ragazzi di Uk Uncut che portano in tribunale Goldman Sachs perché non ha pagato le tasse. Il diavolo e l’acqua santa, tutto e il contrario di tutto.

Insomma, qui si sta nel cuore dell’impero. In questi anni ho incontrato persone stupende, amici veri per la vita. Tutti con una storia alle spalle, con il fuoco nella pancia. Il lavoro se lo sai cercare lo trovi, il futuro, se tieni gli occhi aperti, alla fine ti scova. Quando meno te lo aspetti, ovvio. È una bella spinta sentirti londinese. E lo sei, perché Londra, ancor prima di una città, è un’idea. E le idee non muoiono mai. Che poi è il succo di una bella poesia – o almeno, per me lo è – in cui mi sono imbattuto per caso in zona Waterloo. Nella fattispecie ha preso il corpo di un manifesto slavato appeso su un muro altrimenti anonimo. Bene, Londra è tutta questa roba qua. Perché i cervelli, a volte, sono in fuga più che altro per se stessi. Buona fortuna.

We left our families
We abandoned our homes
We worked for nothing
We slept on floors
We partied hard
We lost our minds
We danced with the devil
We faced our fears
We swallowed our pride
We gave our hearts
We tried and failed
We followed our dreams
We are London
We never die!

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