Italiani all’estero, Tagli alle spese? Gli eletti guardano ai diplomatici – di Barbara Laurenzi

Tempi di crisi. E di critiche. In periodi di magra, mentre perfino alcuni parlamentari hanno trovato un motivo per manifestare davanti Montecitorio (“un ingiusto cambio di rotta sui vitalizi, che penalizza le giovani generazioni” hanno tuonato alcuni solo pochi giorni fa), la stampa punta il dito su uno dei tanti capitoli dedicati alle spese folli del Bel Paese, quello legato agli stipendi di alcuni diplomatici, degli insegnanti di lingua italiana all’estero e, più in generale, della rete consolare.

Interpellati da ItaliaChiamaItalia, gli eletti all’estero hanno sollevato un coro di reazioni quasi unanimi. Devono pagare anche i diplomatici? Certo, purché non si riduca tutto a una guerra tra categorie.

“Credo che, al di là delle polemiche, in questo momento di sacrifici la questione prioritaria sia il ritorno a quel criterio di razionalizzazione che abbiamo sempre invocato”. Sono le parole del deputato Pd Fabio Porta, che aggiunge: “Il ministero degli Esteri deve fare la propria parte comprimendo non solo quel 40 per cento di spese che, come ha detto Terzi, possono subire delle modifiche, ma intervenendo anche su quel 60 per cento di costi fissi dell’apparato diplomatico, compreso il personale e le spese di rappresentanza”. “Si effettui finalmente la spending review – conclude Porta – e si proceda con le operazioni di adeguamento alla media europea, come stiamo cercando di fare noi parlamentari”.

Si dichiara estraneo alle polemiche ma convinto sostenitore della linea dura per tutti il senatore Pdl Basilio Giordano. “Non ho seguito questo dibattito, però quando bisogna dare una mano devono partecipare tutti, non esistono classi esenti da questi sacrifici”. Il ridimensionamento delle spese diplomatiche è nell’agenda degli eletti all’estero? “Nella prevista riunione di noi eletti si parlerà anche di questo, alla luce di quanto viviamo penso che tutti debbano contribuire al bene del paese”.

Sostiene la linea del rigore, ma ci tiene a mantenere l’autonomia delle Camere. È il deputato Pd Marco Fedi, che commenta: “È un momento difficile per tutti, nel quale occorre dimostrare senso di responsabilità e, per questa ragione, credo sia giusto lavorare a un progetto di riforma complessiva dei trattamenti economici. La Camera e il Senato si sono impegnati a farlo in tempi brevi, ma sempre rispettando il principio di indipendenza sulle questioni di bilancio. Occorre che ci sia coerenza tra il nostro compito e le risorse che ci vengono fornite e un analogo discorso deve essere applicato ai diplomatici”.

“Occorre pensare a una riforma – aggiunge Fedi – ma senza la spinta dell’antipolitica e dell’antidiplomazia, l’intenzione della nostra proposta è proprio partire dalla media degli stipendi europei dei diplomatici, come con i parlamentari. È questo l’atteggiamento più costruttivo, anche se penso che sarebbe stato più giusto lavorare sulle aliquote Irpef di tutti. Da lì non si scappa, l’Irpef colpisce anche i parlamentari, i grandi manager e i diplomatici”. “In questo modo – conclude Fedi – avremmo colpito tutti i redditi alti anziché colpire singole categorie, sarebbe stata una scelta d’emergenza sostenuta e sostenibile, migliore di questo continuo puntare il dito sui parlamentari”.

“Gli sprechi sono troppi – dichiara il deputato Pdl Giuseppe Angeli, richiamando la questione degli stipendi degli insegnanti di lingua italiana all’estero -, per fare un esempio, a Rosario la Dante Alighieri forma da cinquanta anni insegnanti con diploma in grado di insegnare ovunque, sarebbe giusto dare un posto di lavoro a questi giovani laureati e preparati, retribuendolo con uno stipendio adeguato alla media. Anche inviare gli impiegati della Farnesina nei consolati è uno spreco, gli amministrativi si possono anche assumere in loco, risparmiando e dando lavoro ai discendenti degli italiani”, conclude Angeli.

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