Italiani all’estero, Serve una classe politica ‘adulta’ contro i ‘professionisti’ dell’emigrazione – di Andrea Verde

Pare che questa volta a Roma vogliano fare sul serio: si parla di ridurre il numero dei parlamentari e di apportare modifiche importanti nel voto estero. Se ho capito bene, la proposta prevede una riduzione dei nostri deputati, dai dodici attuali ad otto, una riduzione dei senatori a quattro dai sei attuali, il mantenimento del voto per corrispondenza e l’abolizione del voto di preferenza.

Il fatto stesso che la circoscrizione estero non venga abolita, dopo le figuracce a ripetizione e la manifesta incapacità degli eletti di avere una benché minima visione politica ed una decenza istituzionale (salvo rare eccezioni), è di per sé un miracolo. Sia pur in numero ridotto, gli eletti all’estero saranno presenti anche nel prossimo parlamento.

La proposta di abolire l’istituto arcaico della preferenza personale mi sembra molto sensata. In territori vasti, con collegi dalle dimensioni pari a quelle di uno o più continenti, l’istituto della preferenza personale, con partiti che hanno vigilato poco e male sulle candidature, ha spianato la strada ad ogni sorta di broglio, favorendo personaggi improponibili ed impresentabili. La maggioranza degli elettori non segue le vicende degli italiani all’estero, se non marginalmente e, se decide di votare, lo fa prevalentemente guardando alla politica italiana: vota per un partito e, nell’80% dei casi, non esprime la preferenza poiché non conosce i candidati. Gli elettori non votarono il Pdl perché c’erano Picchi o Caselli: gli elettori votarono Pdl perché era il partito di Berlusconi! Un ipotetico partito di Guglielmo Picchi o di Raffaele Fantetti avrebbe raccolto il voto di pochissimi intimi. L’istituto della preferenza personale che eredità ci lascia? Un’eredità pesante, basti pensare a quanto ci sia costato, in termini di immagine e di reputazione, lo scandalo Di Girolamo.

Da Pallaro, a Caselli, da Di Girolamo a Razzi, da Picchi alla Garavini, senza dimenticare la farsesca fondazione degli Italiani nel mondo, l’immagine che i nostri eletti all’estero hanno saputo offrire è stata quella di un’allegra brigata in gita scolastica o quella di faccendieri ignoranti e senza scrupoli.

Ricordo che tutti i deputati ed i senatori che vengono eletti nel Parlamento italiano, agiscono senza vincolo di mandato: detto in altre parole, vengono eletti per occuparsi dei problemi dell’Italia, sempre più legati ai problemi dell’Europa e del mondo. L’inadeguatezza politica della rappresentanza degli eletti all’estero nasce dall’errore di aver pensato di cooptare in Parlamento funzionari di patronato o persone che millantano legami col territorio (perché magari hanno avuto ruoli in Comites o Cgie o perché hanno organizzato qualche sagra strapaesana) prive di una benché minima visione d’insieme della politica. Quando a queste carenze politiche aggiungiamo le lacune culturali e le difficoltà  per taluni di esprimersi in italiano, allora il quadro che ne esce è tra i più devastanti.

I “professionisti dell’emigrazione” hanno una visione arcaica della presenza degli italiani nel mondo. Non siamo né dei poveracci con la valigia di cartone, né una riserva indiana in via di estinzione. Specie in Europa, siamo perfettamente inseriti nelle realtà dei paesi d’adozione, parliamo le lingue straniere, e la nostra esperienza può essere messa al servizio dell’Italia in maniera utile e profittevole.

I “professionisti dell’emigrazione” pensano che la priorità assoluta sia quella di rinnovare i Comites: io invece penso che i Comites vadano aboliti tout-court!

Come italiano, residente all’estero, rifiuto di essere rinchiuso in una riserva indiana e rifiuto di dare legittimità ad organismi inutili, creati solamente per dare qualche contentino e qualche medaglietta di cartone a qualche personaggio estroso. A noi italiani all’estero i Comites non servono!!

I “professionisti dell’emigrazione” storceranno la bocca davanti alla proposta di abolire il voto di preferenza: tutta la loro millantata azione nei confronti della comunità era finalizzata alla raccolta delle schede elettorali in campagna elettorale: abolendo le preferenze personali viene meno la ragione del loro “impegno” o presunto tale a favore dei connazionali. Abolite le preferenze, i partiti dovranno assumersi la responsabilità delle proprie scelte che dovranno essere motivate e credibili.

Quali criteri adottare per scegliere i candidati, almeno per quanto riguarda l’Europa? Ci vogliono candidati capaci di difendere in ogni momento la ricchezza culturale del nostro Paese ed il “Made in Italy”, ma che non dimentichino che i problemi dell’Italia sono sempre più legati a quelli dell’Europa. L’Europa è attraversata da una crisi di fiducia, essendo l’unica regione del mondo, a proteggere poco e male le proprie frontiere e la propria economia.

I mercati pubblici dell’Europa sono aperti a tutti, contrariamente a quelli asiatici o a quelli degli Usa: i produttori europei, e quindi anche italiani, devono rispettare norme che altri Paesi non fanno rispettare. Competizione certo, ma non concorrenza sleale! Non abbiamo creato l’Europa per lasciarla in mano a burocrati stravaganti che ci dicono a che temperatura devono essere serviti i piatti nei nostri ristoranti o che l’uovo può avere tre circonferenze o che le mucche non possono pascolare nei pressi dei ruscelli. Non abbiamo fatto l’Europa neanche per stabilire la data di apertura della caccia o le specie protette. Abbiamo fatto l’Europa per promuovere la libera circolazione di merci e di persone, per promuovere lo sviluppo e la pace tra i popoli. Un’Europa che sia percepita come una protezione e non come una minaccia; un’Europa capace di dialogare da protagonista con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, capace di aiutare le “primavere arabe” ad intraprendere il cammino verso la libertà senza cadere nella trappola dell’integrismo islamico.

Un candidato che voglia rappresentare gli italiani all’estero, specie in Europa, deve avere ben chiari questi problemi. Su queste tematiche si gioca l’avvenire dell’Europa, dell’Italia e anche degli italiani all’estero. Per questo respingo al mittente la proposta stravagante, avanzata da un portale, di importare in Europa il modello associativo degli italiani all’estero sull’esempio sudamericano (non bastano i danni di Caselli e Pallaro?), ed esorto i partiti a fare scelte coraggiose che vadano nella buona direzione per promuovere, tra gli italiani nel mondo, una classe politica “adulta” liberata dalle catene di una visione comunitarista, cerchio-bottista, accattona e perennemente con il cappello in mano.

NESSUN COMMENTO

Comments