Italiani all’estero e cinema, Addio Ben Gazarra – di Carlo Di Stanislao

E’ morto lo scorso venerdì, nella sua New York, a 81 anni, divorato da un cancro pancreatico e amorevolmente assistito, sino al’ultimo, dalla terza moglie Elke e dalla unica  figlia Elizabeth.
Ben Gazarra, nato nel ’32 da immigrati siciliani, entrato giovanissimo all’Actor’s Studio, scelto da Elia Kazan per “La gatta sul tetto che scotta” a teatro (sullo schermo gli fu preferito Paul Newman), aveva iniziato  la sua carriera al cinema nel 1957, con Un uomo sbagliato di Jack Garfein, per poi interpretare Atomia di un omicidio  (1959), di Otto Preminger, essere scelto da Monicelli per Risate di gioia con Totò e Anna Magnani e tornare in America, dove, dopo una lunga pausa, fu scelto per lI ponte di Remagen (1969), di John Guillermin.

Intensa ed importante, negli anni ’70, la sua collaborazione con l’inseparabile amico John Cassavetes, con cui realizzerà  le sue interpretazioni più interessanti: Mariti (1970), L’assassinio di un allibratore cinese e La sera della prima (1977).

In Italia celebre è la sua interpretazione nel ruolo del boss mafioso ispirato a Raffaele Cutolo detto ‘O Professore’ e Vesuviano, nel film Il Camorrista, che segna l’esordio alla regia di Giuseppe Tornatore,  nel 1986.

Due anni dopo, lo vediamo nel ruolo di Don Bosco,  nell’omonimo film di Leandro Castellani.

Dopo aver girato 38 film negli anni ‘90, aveva ridotto notevolmente le proprie apparizioni, pur continuando con indimenticabili cammei, come ne Il grande Lebowski dei fratelli Coen (1998),  Buffalo ’66 (1998) di Vincent Gallo, Illuminata (1998) di John  Turturro e S.O.S. Summer of Sam – Panico a New York (1999) di Spike Lee.

Nel 2003 ancora una grande prova, nel complesso Dogville di Lars Von Trier e cinque anni dopo, una supeba interpretazione in “Eve”, unica regia, per ora, di Natalie Portman.

E’ stato definito il “duro più dolce di Hollywood”, con il suo sguardo liquido e limpido,  reso possibile dagli occhi azzurri che sapevano diventare di ghiaccio per recitare la parte del "bad guy", il sorriso amaro con un retrogusto costante di malinconia, i movimenti lenti con mani sensibili e dalla gestualità tipicamente mediterranea.

Biagio Anthony, questo il suo nome di battesimo,  in 60 anni di carriera, non ha mai interpretato un personaggio in cui non credesse, a dispetto di quanto richiesto dal pubblico.

Cresciuto nella violenza urbana di East side di New York, iscritto di forza dai genitori a scuola e poi all’università di ingegneria nella speranza, tutta da immigrati, che potesse riscattare il sudore dei padri, mai laureato e mai completamente statunitense o italiano, anche se ha firmato una solo regia (“Un uomo  da salvare”),  è stato considerato ispiratore e maestro di grandi Autori come Peter Bogdanovich, David Mamet, Todd Solondz e i più recenti Vincent Gallo e John Turturro.

In Italia è stato diretto, oltre che da Monicelli, Tornatore e Castellani,   anche da Pasquale Festa Campanile, Valentino Orsini, Alberto Bevilacqua e Giuliano Montaldo, fino al Samperi della terza serie de “L’onore e il rispetto” del 2009, nei panni del duro mafioso Fred Di Venanzio, dove mescola la complessità del tenente corrotto del film di Preminger, alle sfumature oscure di Tornatore e di Marco Ferreri.

Quest’anno, durante la X edizione del  Salento Finibus Terrae, che si svolgerà a Lecce dal 26 luglio al 4 agosto, il curatore Romeo Conte, ha deciso che dedicherà una retrospettiva a Ben Gazzara, un grande attore che non ha mai avuto gli atteggiamenti di un divo e che, oltre ad amare il cinema, ha sempre amato l’Italia ed il suo Sud, in particolare.

In occasione dell’omaggio speriamo di poter vedere l’ultimo film di Ben, ancora inedito in Italia, intitolato ‘Ristabbanna’ (nel dialetto di Marsala "proprio qui"), opera prima di Gianni Cardillo e Daniele De Plano, tratto dal corto superpremiato ‘Regalo di Natale’, prodotto dalla Fastrewind di Francesco Tagliabue, dove l’anziano attore  e’ un pescatore siciliano che viene raccontato con dei flashback, a partire dal suo funerale e fa da filo conduttore del racconto che vede in ritorno nel paese della nipote (Tiziana Lodato), una bella ragazza partita per l’America per fare l’attrice.
A lei, nel corto vincitore di Nastro d’Argento e candidato ai David, il pescatore voleva inviare un videomessaggio che, per contenuto e stile, può dirsi l’epitaffio che Gazarra fa a se stesso e alla vita.

Ben Gazzara se n’e’ andato senza la soddisfazione di vedere uscire in sala questo suo ultimo film che, malgrado abbia riscosso successo in diversi festival stranieri (tra cui il prestigioso ‘Shanghai’, il piu’ importante d’Asia), non e’ stato preso in considerazione da quelli italiani e, come accade spesso alle opere prime, ha difficolta’ a trovare una distribuzione.

Inviteremo l’amico Tonino Valeri ad inserirlo nella prossima edizione del Roseto Film Festival Opera Prima, in mondo da renderlo fruibile anche da pubblico abruzzese, magari affiancando l’omaggio con un paio di vecchie pellicole del grande attore, conservate dalla Cineteca della Lanterna Magica de L’Aquila. Io direi, “Mariti” e “Il camorrista”.

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