Italiani all’estero, difendere il made in Italy agroalimentare dalla contraffazione – di Antonella Rebuzzi

Delicious bulls heart (or heirloom) tomatos with fresh green basil

 

La cucina mediterranea è sempre più amata all’estero, anche da importanti personaggi dello spettacolo, dello sport, della politica. Basti pensare che Michelle Obama, first lady americana, da sempre promuove negli Stati Uniti il made in Italy agroalimentare, e lo fa con grande orgoglio e con l’assoluta convinzione che la dieta mediterranea voglia dire non solo gusto e sapore, ma anche salute.
 
L’Italia, che è la culla dei sapori e dei gusti mediterranei, in questo settore gioca senza dubbio un ruolo fondamentale. Come il valore aggiunto dei tanti chef italiani che garantiscono nelle cucine dei ristoranti nel mondo una cucina al 100% nostra, fatta con ingredienti made in Italy, con la qualità e la genuinità tipiche degli alimenti provenienti dal BelPaese.
 
Non sempre, però, l’Italia è riuscita nel corso degli anni a proteggere e valorizzare questa enorme ricchezza: pasta, olio, salumi, formaggi, vini italiani vengono contraffatti senza pudore in ogni parte del mondo. I dati parlano chiaro: quello che viene chiamato “italian sounding” fattura ogni anno il doppio di quanto fattura il vero made in Italy. Di fronte a questo scempio, non possiamo restare fermi. L’Italia non può permettere che venga spacciato all’estero come nostro prodotto alimentare pregiato e autentico quello che con il made in Italy non ha nulla a che vedere.
 
Pensiamo solo al Parmigiano Reggiano, specialità emiliana conosciuta in tutto il mondo, la cui produzione stiamo vedendo purtroppo in balia delle calamità naturali (un motivo in più per difenderne il marchio!): quante imitazioni esistono oltre confine? Quante aziende si compiacciono di venderlo come proprio prodotto? E’ una vera "appropriazione indebita" che non può essere più consentita.
 
Come imprenditrice che da anni opera nel settore della ristorazione a Mosca, dove risiedo ormai da una vita, desidero con forza lanciare l’allarme. C’è bisogno di leggi che possano garantire ai marchi italiani l’assoluta originalità e che possano difendere il nostro agroalimentare anche da fenomeni come l’italian sounding, che si sta diffondendo sempre di più a scapito del vero made in Italy. Per nostra fortuna esistono nel mondo cuochi italiani seri e di grande prestigio che sanno bene cosa voglia dire usare ingredienti italiani, senza contare che le nostre comunità italiane all’estero sanno certamente riconoscere un vero made in Italy da un tarocco. Ma questo non basta. Che ne sa un americano, un inglese, un australiano, della differenza che c’è tra un Parmigiano Reggiano doc e un “parmisàn” qualsiasi?, tra un olio d’oliva delle nostre terre assolate e una spremitura di olive magari prodotta nelle fabbriche cinesi?
 
Mi si perdoni l’enfasi, ma come senatrice della Repubblica Italiana nella scorsa legislatura mi sono occupata approfonditamente di questo tema e ho intenzione di continuare a farlo, anche se oggi non siedo a Palazzo Madama. Insisterò, attraverso i gruppi di cuochi con cui sono in contatto e attraverso associazioni coinvolte come “Ciao Italia”, nel fare pressione affinchè l’Italia prenda i necessari provvedimenti per ridurre drasticamente, e con la speranza di poterla eliminare nel tempo, la contraffazione del nostro unico e prezioso made in Italy.

 

NESSUN COMMENTO

Comments