Italiani all’estero, Svizzera: nuovo approccio per salvare i corsi di lingua e cultura – di Giovanni Longu

Sono continui i bollettini sullo stato comatoso dei corsi di lingua e cultura italiana in Svizzera. Da molte parti si teme la prossima fine di questa gloriosa istituzione e s’invoca il Governo Monti come fosse il taumaturgo che fra tagli a destra e a manca dovrebbe salvare proprio i corsi di lingua e cultura. Purtroppo sono molti coloro che non vogliono arrendersi alla realtà, quella di un’istituzione che non è stata in grado di adeguarsi all’evoluzione dell’emigrazione e quella della collettività italiana residente in Svizzera che ben poco ha in comune con quella di trenta-quarant’anni fa.

Invece di avviare una seria riflessione sul da farsi, anche alla luce della situazione politica e finanziaria dello Stato italiano, ci si perde ancora in sterili polemiche all’interno degli operatori scolastici tra insegnanti di ruolo, «abilitati» e stipendiati direttamente dallo Stato, e insegnanti «non abilitati» e quindi precari, assunti e stipendiati dagli Enti gestori di diritto privato svizzero e in forte crisi finanziaria. La gravità della situazione richiederebbe ben altro approccio e il coinvolgimento nel dibattito delle istituzioni svizzere.

Necessario un nuovo approccio Anzitutto va preso atto che lo Stato italiano, sia pure contraddicendo le molte affermazioni ufficiali di facciata secondo cui le collettività italiane all’estero sono risorse umane e professionali da tutelare e valorizzare, non intende più sovvenzionare come fino a qualche anno fa i corsi di lingua e cultura per i figli di cittadini italiani all’estero. Poiché le finanze pubbliche italiane sono ormai ridottissime a causa dell’enorme debito pubblico e dell’elevato livello di evasione fiscale, mi pare inutile insistere sulle richieste di finanziamenti aggiuntivi o integrativi.

Occorre anche evitare di continuare a considerare i corsi di lingua e cultura com’erano impostati trenta-quarant’anni fa. Basti pensare che i figli d’italiani di prima generazione, ancora in età scolastica, sono ormai pochissimi. La maggior parte degli italiani in età scolastica sono figli di italiani di seconda e terza generazione, che spesso non hanno nemmeno più l’italiano come lingua principale e certamente non hanno in cima ai loro pensieri un prossimo rientro in Italia. Molti di essi hanno addirittura la doppia nazionalità. Se nei decenni passati i corsi di lingua e cultura erano finalizzati a facilitare l’inserimento degli allievi nelle scuole italiane in caso di rientro dei loro genitori, questa finalità non è più attuale.

La conoscenza della lingua e della cultura italiane rappresentano sempre più un arricchimento culturale individuale, indipendente dall’eventuale rientro in Italia. L’Italia avrebbe ancora buone ragioni per sostenerlo, ma non necessariamente nei termini registrati finora. Fanno bene, sotto questo profilo, gli Enti gestori a chiedere quantomeno un contribuito finanziario alle famiglie degli allievi, ma farebbe meglio lo Stato italiano ad aprire una trattativa con la Confederazione per risolvere insieme il problema dell’insegnamento della lingua e della cultura italiane al di fuori del Cantone Ticino.

Perché non «cantonalizzare» i corsi? Ritengo che il ripensamento dei corsi di lingua e cultura vada fatto in questo Paese ormai alla luce del plurilinguismo elvetico, del federalismo e della legge federale sulle lingue. Non capisco perché da parte italiana – e intendo Ambasciata, Consolati, Enti gestori, organi di rappresentanza, sindacati, associazioni, organi di stampa – si continui a considerare la questione di competenza esclusivamente italiana e non anche svizzera. E’ infatti anche nell’interesse della Svizzera sostenere ovunque la lingua italiana perché è una della quattro lingua nazionali e ufficiali ed è funzionale alla «coesione interna del Paese».

La Confederazione si è addirittura impegnata per legge a «rafforzare il quadrilinguismo quale elemento essenziale della Svizzera», a «promuovere il plurilinguismo individuale e istituzionale nell’uso delle lingue nazionali» e, in modo specifico a «salvaguardare e promuovere il romancio e l’italiano in quanto lingue nazionali».

Non bisogna tuttavia dimenticare che la Svizzera è uno Stato federale e che la Confederazione interviene solitamente solo in via sussidiaria. In campo linguistico e scolastico la competenza è primariamente cantonale. Occorre pertanto insistere soprattutto sui Cantoni perché si facciano carico, nelle scuole primarie e secondarie, dell’esigenza degli allievi che desiderano apprendere l’italiano. La «cantonalizzazione» dei corsi, verosimilmente in forma diversa da quella tradizionale, e più in generale dell’insegnamento della lingua e cultura italiane mi sembra una via assolutamente da esplorare, con buona pace di chi ha l’orientamento fisso su Roma.

E’ evidente che in questa prospettiva tutte le polemiche riguardanti gli insegnanti verrebbero a cadere perché sarebbero le autorità scolastiche locali a garantire la competenza di ognuno e a valutare la validità dell’insegnamento impartito nel contesto di un Paese plurilingue. D’altra parte, in questo momento, il problema principale è la salvaguardia e la valorizzazione della lingua e della cultura italiana.

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