Italiani all’estero, la storia dei Comites e il loro ruolo nel mondo – di Marco Testa

Di questi tempi molti sono gli scettici e i miscredenti verso le istituzioni. Se una volta bastava essere capelloni e cantare C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones per essere anticonformisti, oggi serve avere in tasca un prontuario di aggettivi dispregiativi – dai quali mi tengo ben lontano – da adoperare contro la cosa pubblica. È normale, perciò che l’ondata di critiche che continua ad affliggere lo Stato, oltre che la politica italiana, sia finita per raggiungere anche noi italiani d’Australia, mentre ci apprestiamo il prossimo 19 dicembre 2014 a rinnovare i rappresentanti al Comitato degli Italiani all’Estero (Comites).

Alla nostra comunità è bene che qualcuno spieghi cosa sono i Comites e perchè di queste istituzioni se ne parla senza che i connazionali riescano a capire. I Comites sono enti pubblici istituiti e disciplinati dal governo italiano. Operanti in tutto il mondo come rappresentanti della comunità italiana presso le sedi consolari, i Comites sono vigilati dall’autorità diplomatica, sebbene non siano ad essa soggetti nelle proprie scelte, tenuto conto di alcuni obblighi statutari. Questi organismi tanto incompresi, piuttosto che inutili, sono gli eredi di una grande storia cominciata negli anni 60, in tempi di piena emigrazione.

Facendo seguito alle aspettative e alle esigenze materiali degli emigranti, il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat promulgava il decreto no. 18 del 5 gennaio 1967 sulle strutture diplomatiche. Con l’applicazione dell’art. 53 di questa legge, i consolati poterono, «nell’interesse della comunità italiana, promuovere la costituzione di comitati, enti o associazioni con scopi assistenziali, educativi e ricreativi». A Sydney, nel 1968, nasceva quindi il Coasit (Comitato Assistenza Italiani), un’organizzazione che continua a lavorare per gli italiani da quasi mezzo secolo. Il decreto permetteva anche la formazione di comitati consolari  di  assistenza, a cui poteva essere «attribuito il compito di coordinare l’attività di altri enti italiani che svolgano opera assistenziale a favore delle collettività italiane». È proprio da questa delega di competenze che con la legge n. 205 del 8 maggio 1985, il Parlamento istituiva in via definitiva per ogni circoscrizione consolare con almeno trentamila italiani un Comitato dell’Emigrazione Italiana (Coemit).

Il Coemit aveva «compiti di promozione, anche con idonee iniziative nelle materie attinenti alla vita  sociale e culturale, all’assistenza, alla ricreazione, allo sport e al tempo  libero». Un’importante novità era però contenuta nell’art. 2 della legge, attraverso il quale «il Comitato, ispirandosi ai principi della Costituzione italiana, coopera con l’autorità consolare nella tutela dei  diritti  e  degli interessi dei  cittadini  emigrati, con particolare riguardo alla difesa dei diritti civili garantiti ai lavoratori italiani».

In Australia, a causa di un veto sulle elezioni da parte dello stato ospitante, i Coemit furono nominati direttamente dai consolati, venendo meno la scelta democratica dei rappresentanti da parte dei cittadini. Cinque anni più tardi, il parlamento avviò la riforma dei Coemit a causa di molteplici episodi di cattiva amministrazione in alcuni paesi europei. Con la legge n. 172 del 5 luglio 1990, venivano quindi ridefinite e integrate le funzioni dei comitati con accorgimenti in materia di bilanci e contabilità. I Coemit vennero ribattezzati Comitati degli italiani all’estero (Comites).

Oltre alle competenze derivanti dalla legislazione precedente, il provvedimento n. 286 del 23 ottobre 2003, trasformò il Comites in «organo di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari». L’ente esprimeva parere obbligatorio «sulle richieste di contributo avanzate ai consolati da associazioni e comitati che operano nella circoscrizione per attività sociali, assistenziali, culturali e ricreative a favore della collettività italiana».

Nel concludere l’iter di questa grande storia, va ricordato che il Presidente Carlo Azeglio Ciampi indiceva nuove elezioni dei Comites ai sensi del decreto n. 395 del 29 Dicembre 2003. A distanza di un anno, gli italiani del New South Wales furono chiamati ad esprimere il proprio voto. Risultarono eletti dodici rappresentanti, otto di maggioranza per lista Italiani d’Australia per il Progresso, i quali a loro volta eleggerono Giuseppe Musso come presidente, e quattro membri di minoranza per la lista Comitato Tricolore Italiani nel Mondo.

Avendo in qualche modo tracciato la tortuosa – ma pur sempre affascinante – storia dei Comites, definendone le competenze e l’utilità, ci chiediamo cosa abbia impedito alla comunità degli italiani del New South Wales di beneficiare di questo importante organismo di tutela e rappresentanza locale. Chi considera il Comites un ente inutile, ci auguriamo lo faccia per spirito di critica, non per mancanza di preparazione. La rappresentanza Comites – unitamente ai servizi consolari disponibili per i cittadini italiani all’estero – è analoga alla struttura dei comuni. Insieme alle Conferenze dei Presidenti, al CGIE (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) e ai deputati e ai senatori eletti nella circoscrizione estera, il Comites e il resto degli organi di decentramento rappresentativo rispecchiano all’estero lo stesso ordinamento della Repubblica Italiana annoverato dai padri costituenti nell’art. 114 della Costituzione: «La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni e dallo Stato».

Che per i Comites vi fossero risorse limitate da parte del Ministero degli Affari Esteri lo si sapeva già da anni – forse lo si è sempre saputo – ma non deve essere l’ideologia dell’assistenzialismo a prevenirci nel migliorare le condizioni della nostra comunità. Dal canto loro, i comuni italiani versano in condizioni economiche assai peggiori. Dire che i Comites non dispongano, per statuto, di finanziamenti alternativi a quelli ministeriali o che fosse vietata la contribuzione di tasca propria da parte dei rappresentanti è antiquato. Una circolare del Ministero emanata nel 2007, chiariva che fosse permesso l’utilizzo di fonti alternative di finanziamento, come i contributi dei privati e i derivati dalle attività sociali, a patto che venissero propriamente rendicontate. «I finanziamenti ministeriali rappresentano solo una delle fonti previste dalla legge per il funzionamento ed il raggiungimento degli scopi dei Comitati, si invitano le Rappresentanze diplomatico consolari, ad esortare i Comites ad un più frequente ricorso alle altre fonti di finanziamento previste dalla legge».

Dopo dieci anni è legittimo chiedersi se sia mancata la volontà di fare o se nessuno ha mai compreso il vero scopo dei Comites. In un intervento alla Camera dei Deputati nel lontano 1985, l’On. Mirko Tremaglia – futuro Ministro per gli Italiani nel Mondo, al quale si deve la legge sull’esercizio di voto per gli italiani all’estero – lamentava il divagare di fenomeni di propaganda a sfondo personale, nonchè l’accendersi di scontri faziosi e clientelistici all’interno dei Coemit. Chiariva, infatti, che non sarebbe stata l’ennesima riforma a sopprimere il malcostume, ma che all’estero dove la vigilanza sulle istituzioni è meno incisiva, molto dipende dalle persone. Con il rinnovo dei Comites del 19 dicembre 2014, la comunità attende proposte semplici e chiare, che possano contribuire alla risoluzione di problematiche concrete quali un migliore accesso ai servizi consolari, la partecipazione dei giovani oriundi e la questione di una nuova ondata migratoria, frutto della crisi economica italiana. Speriamo soltanto di non doverli deludere ancora una volta.

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