Italiani all’estero, in un libro il dramma dei figli degli stagionali in Svizzera – di Barbara Laurenzi

Roma – Bambini ‘proibiti’. Costretti a vivere nascosti, a non esistere ufficialmente, a rimanere rintanati in casa senza frequentare nemmeno le scuole o gli altri coetanei. Sembra una storia d’altri tempi quella raccontata nell’ultimo libro di Marina Frigerio, psicologa infantile nata a Lugano da genitori lombardi, ed è invece la condizione nella quale vivevano i figli dei lavoratori stagionali in Svizzera fino ancora ai vicini anni Novanta. Tra loro tanti, troppi, italiani.

‘Bambini proibiti-Verbotene Kinder’, edito da Il Margine con un’introduzione di don Luigi Ciotti, sarà presentato al pubblico venerdì 21 marzo alle ore 19.30 a Uster, presso la Villa Grunholzer, Florastrasse18. Le musiche di Umberto Castra e Luigi Fossati accompagneranno la manifestazione, nata da un progetto congiunto tra la Villa Grunholzer e l’Associazione Culturale Svizzera Italiana.

Sarà presente all’evento anche ItaliaChiamaItalia, da sempre sensibile alla cultura italiana nel mondo. E, in attesa della presentazione ufficiale, la nostra redazione ha chiesto all’autrice quanto le esperienze passate di un altro paese possano interessare anche il presente dell’Italia.

In ‘Bambini proibiti’ affronta una tematica molto dura e poco conosciuta. L’idea di scrivere questo libro nasce da un mero interesse professionale o si è sentita coinvolta in prima persona in quanto figlia di immigrati?

“Ho scritto Bambini proibiti per entrambi i motivi. Sono una psicoterapeuta e una psicologa dell’età evolutiva ma, soprattutto, sono una persona cresciuta attorniata da persone che soffrivano per le politiche adottate dalla Svizzera nei confronti dei lavoratori stagionali”.

In che cosa consistevano queste politiche?

“La Svizzera aveva un sistema di permessi di soggiorno che, per i lavoratori stagionali, non concedeva il ricongiungimento familiare. In realtà, però, la Svizzera aveva bisogno della nostra forza lavoro ed erano sempre più gli immigrati che arrivavano qui per lavorare. Molti di loro non riuscivano a sopportare la lontananza dai figli che venivano inizialmente affidati a dei parenti in Italia, per poi riunirsi clandestinamente ai genitori emigrati. Una volta giunti in Svizzera, però, questi bambini non avevano diritti, non potevano nemmeno andare a scuola e passavano gran parte del tempo nascosti in casa, per paura che la polizia li scoprisse”.

Fino a quanti anni fa i figli degli stagionali hanno dovuto vivere nascosti?

“Si tratta di un passato recente, un fenomeno iniziato negli anni a cavallo tra i primi ’50 e la metà dei ’60, proseguito in maniera molto forte anche attraverso i ’70 e gli ’80 finché finalmente, negli anni ’90, la Svizzera ha sottoscritto il trattato di libera circolazione e lo statuto stagionale, nel nuovo millennio, è stato definitivamente abolito. Gli italiani hanno usufruito del trattato in quanto cittadini europei quindi, negli anni ’90, il problema toccava ormai meno persone”.

Il fenomeno si è spostato verso altre comunità immigrate?

“Sì, purtroppo negli anni ’90 l’ex Jugoslavia divenne il paese di reclutamento privilegiato e le famiglie slave, che in quel periodo scappavano dal dramma delle guerre, si ritrovarono vittime anche di questo sistema. Ho ascoltato delle vere e proprie storie di disperazione anche nelle famiglie slave. Non solo la Svizzera, inoltre, ha perseguito politiche di questo tipo. Anche in Francia è stata dura, dei miei amici che vivevano lì hanno avuto molti problemi”.

C’era un atteggiamento più ostile verso gli immigrati italiani da parte degli svizzeri, rispetto ad altre comunità?

“No, non ho mai respirato un clima ostile nei confronti degli italiani, eravamo la comunità più forte ed eravamo benvoluti, altrimenti non avremmo raggiunto il livello di integrazione che ci caratterizza attualmente, nonostante i primi tempi siano stati veramente molto duri. La gente comune non ce l’aveva con gli italiani, il problema è che eravamo tanti e la Svizzera non era attrezzata, aveva bisogni di noi ma il sistema era sbagliato”.

Quanto tempo ha impiegato per raccogliere tutta la documentazione contenuta nel libro?

“Posso dire che ci ho messo una vita intera. Sono molto sensibile a questa tematica e raccolgo storie da quando sono piccola, prima perché le sentivo e vivevo in prima persona e poi lavorando come psicoterapeuta. Di fatto, sono trenta anni che immagazzino interiormente queste storie”.

Ricorda casi di bambini nascosti clandestinamente anche tra i suoi compagni di gioco o tra i suoi parenti?

“Ricordo molti casi di clandestinità, purtroppo era l’unico modo che i genitori avevano per stare insieme ai propri figli. Tra i miei parenti, nessun caso. Avevo, però, due cugine che rimasero a vivere per anni dalla zia perché la madre era stagionale e anche un mio cugino, morto sul lavoro, era venuto in Svizzera senza permesso. In teoria non avrebbe potuto ma, in quel periodo, spinti dalla fame e dal desiderio di lavorare, si riusciva ad entrare in ogni modo”.

Nel suo libro è contenuto anche un contributo del senatore Pd Claudio Micheloni. E’ stato lui a cercarla o conosceva già la sua storia?

“Conosco sia Micheloni che la sua famiglia. Sapevo che anche lui aveva sofferto molto da piccolo per via della difficile integrazione in Svizzera e che aveva vissuto alcuni anni dai parenti in Abruzzo prima di ricongiungersi ai genitori. Nel libro lui stesso ricorda i metodi scolastici svizzeri, la doppia velocità e il fatto che chi, come lui, non conosceva la lingua rimaneva indietro. Micheloni racconta poi come il professore lo sgridò perché suo padre lo aveva aiutato a fare i compiti sottolineando questo come un esempio della diversità anche nei metodi scolastici”.

Il suo libro sarà presentato anche alla Fiera del libro di Torino.

“Sì, sono sorpresa e contenta. Ho scritto questo libro come conservazione della memoria, per non dimenticare chi siamo stati e affinché gli italiani si rendano conto di che cos’è realmente l’immigrazione e l’integrazione. Leggi come la Bossi Fini non sono certo migliori di quelle svizzere, anzi la Bossi Fini è senza dubbio peggiore. Bisogna arrivare a una politica di accoglienza e integrazione reale, che riconosca diritti del bambini”.

Il fenomeno dei bambini nascosti clandestinamente è conosciuto in Italia?

“C’e’ ancora poca consapevolezza, me ne accorgo quando vado in giro a presentare il libro. Incontro persone commosse e addirittura ‘ex-bambini’ che si riconoscono in queste storie, nonostante i loro genitori preferiscano tacere su questi episodi. In molti mi dicono ‘non avrei immaginato potessero accadere cose simili’".

Anche il suo primo libro ‘Verstecke Kinder’ affrontava lo stesso problema. Che cosa possono imparare gli italiani da una vicenda accaduta in un altro paese e in un’altra epoca?

“Possono imparare molto. Qualche anno fa leggevo su Repubblica che l’allora sindaco Moratti aveva deciso di vietare l’asilo nido ai figli di stranieri senza permesso di soggiorno. E’ stato in quel momento che mi è scattata una molla, dovevo rendere una testimonianza sulle tragiche conseguenze di queste politiche che non rispettano i bambini. Fare del male a chi sta crescendo significa fare del male anche  a coloro che saranno gli uomini del futuro, è un autogol”.

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