Italiani all’estero, i giovani e il lavoro – di Luciano Alban

Alla presenza di un pubblico numeroso e attento, quattro relatori, molto diversi per competenze ed esperienze, sono intervenuti sull’attuale e scottante tema della scarsità di lavoro, soprattutto per il mondo giovanile. Lo scopo e l’obiettivo del convegno era quello di dare un contributo all’analisi della situazione occupazionale ed economica dell’Italia e dell’Europa, ma si è anche cercato di dare un contributo d’indirizzo e di stimolo per avere delle condizioni più favorevoli d’entrata nel mercato del lavoro.

Il risultato è stato senz’altro molto positivo. L’osservazione di un giovane imprenditore penso che dia la giusta valutazione della tavola rotonda: “complimenti per i referenti, era davvero gente in gamba e un bel mix”.

L’aspetto più concreto e credibile, oltre alle competenze e all’ottima capacità di linguaggio, è stato che ogni relatore parlava di argomenti su cui poteva vantare un’esperienza diretta nel settore. Altra considerazione, degna di nota, è che tutti i relatori vantano una rilevante esperienza internazionale, questo è un aspetto che, sotto il profilo culturale, è di fondamentale importanza. Il giornalista e conduttore dei lavori, Giangi Cretti, ha diretto il convegno con competenza e professionalità.

Il primo relatore è stato Manolo Omiciuolo, Ing. Aerospaziale, rappresentante dei giovani veneti della Svizzera, con esperienze di studio e di lavoro internazionali. Dopo aver fornito diversi dati sull’economia e il lavoro, mette a confronto due sistemi, Italia e Germania. In Italia c’è grande potenzialità di risorse umane, ma c’è troppo clientelismo, nepotismo e raccomandazioni. Servono riforme strutturali. Esprime poi una riflessione di fondo: sono gli aspetti positivi e negativi del passato che forniscono l’orientamento verso la società che si vuole nel futuro. È del parere che le persone tra i 30 e 40 anni non si possano più chiamare giovani. Sotto il profilo teorico, l’università italiana è molto buona o almeno lo era prima del 3+2, esprime perplessità sull’attuale sistema. Manca la comunicazione ponte fra università-ricerca-industria. Nei nostri atenei manca la figura del Quality Manager e del Program Manager. Pensa che solo i grandi gruppi industriali abbiano le capacità e i budget per investire pesantemente in tecnologie cosi dette “disruptive”.

Il Prof. Fabrizio Ziliotto, titolare della Cattedra di macroeconomia all’università di Zurigo, con esperienze di ricerca e insegnamento in Spagna, Inghilterra e Svezia, considera uniche le condizioni di sviluppo degli anni Sessanta-Ottanta. All’Italia mancano alcuni fondamentali economici della crescita di lungo periodo: innovazione, competitività delle esportazioni, scuola, capitale umano, un mercato del lavoro fluido. È il sistema formativo e gli investimenti sull’innovazione, fanalino di coda dell’Europa, a destare forte preoccupazione per il futuro. La mobilità solo in uscita e non in entrata è un forte campanello d’allarme. Oltre a questo c’è il tradimento del patto generazionale. Non si può difendere solo il lavoratore e non il posto di lavoro. Il governo non deve investire in impianti che non hanno futuro. I sindacati non devono pensare solo a chi ha lavoro, ma anche a chi non ce l’ha. La scelta della professione dovrebbe essere fatta in base alle prospettive di lavoro: servono più professioni d’indirizzo scientifico; più ingegneri, ad esempio.

Fabrizio Macrì, da poco Segretario Generale della CCIS, ha fatto un intervento lapidario: la competitività è l’unico elemento che può misurare il successo di un Paese. Ha poi continuato: “sono appena tornato da Terni, dove esiste una situazione desolante. Alcune industrie, terminato il tempo dei sussidi, hanno dovuto chiudere per mancanza di competitività”. La burocrazia è uno dei principali fattori di freno per lo sviluppo del sistema Italia. La tassazione delle imprese ha raggiunto livelli tali da compromettere la loro stessa esistenza.

L’On. Franco Narducci, dopo il quadro assai negativo dei precedenti relatori, ha voluto individuare alcuni elementi di positività e di speranza, che sono le risorse umane dell’Italia. Il compito dell’On. Narducci, PD, residente in Svizzera, era di svolgere una relazione sulla formazione al lavoro. Un modello collaudato ed efficace è quello praticato in Svizzera e in Germania, un sistema misto di teoria e pratica, che dà molta importanza al binomio formazione-lavoro. La teoria è regolata dalle istituzioni pubbliche, mentre la pratica è svolta direttamente nel sistema produttivo delle imprese. In questo modo, al termine dell’apprendistato c’è già una forza lavoro professionalmente qualificata. L’attuale velocità dei cambiamenti tecnologici pone la formazione continua non più come una scelta ma come una necessità. La scuola e la formazione, a tutti i livelli, sono i pilastri portanti dello sviluppo produttivo. In Italia ci sono posti di lavoro permanentemente scoperti per mancanza di manodopera qualificata.

Per quanto riguarda la fiducia dei mercati internazionali, è messa in risalto la difficoltà di operare con l’attuale quadro politico, ne è l’esempio una debole legge anticorruzione appena promulgata. Guarda caso, a pochi giorni della conferenza, vengono comunicati gli ultimi dati: l’Italia si trova addirittura al 72esimo posto della classifica anticorruzione! Questa realtà non aiuta certo ad attirare investimenti e non è nemmeno degna di un paese civile. Molte leggi non comportano investimenti finanziari, ma solo la volontà politica di farle. A questa situazione bisogna metterci mano, se si vuole un’inversione di tendenza che possa creare condizioni di sviluppo. Ogni cittadino è chiamato a dare il proprio contributo, l’astensionismo sarebbe una fuga dalla responsabilità individuale.

*presidente della CAVES

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