Italiani all’estero, Deodato (Ambasciatore d’Italia in Svizzera): Giusto razionalizzare consolati italiani nel mondo

In una lunga intervista rilasciata a Giangi Cretti, direttore del mensile di Zurigo ‘La rivista’, l’Ambasciatore Giuseppe Deodato accingendosi a lasciare la Svizzera al termine del suo mandato, ha dichiarato, fra le altre cose, che la Svizzera “è un Paese che va conosciuto a fondo. È un Paese da vivere, dal quale si possono trarre moltissimi elementi utili. Per chi viene dall’Italia, insisto, è certamente una scoperta. Per molti versi: per l’aspetto sociale, per il modo di vivere e di affrontare la realtà e, soprattutto, di porsi nei confronti degli altri. Un Paese che, pur non essendo unito né da vincoli di carattere politico generale – è una Confederazione nella quale i cantoni godono di effettiva autonomia -, né da una comune religione e neppure da un’unica etnia, ha una forte personalità”.

Secondo il diplomatico “quello che gli italiani potrebbero apprezzare molto della Svizzera è il pragmatismo. Che consiste nell’affrontare la realtà politica con un approccio che definirei dal basso. Gli svizzeri non ideologizzano nulla: partono dal dato di fatto, vale dire dalla realtà, per costruire qualcosa. Noi, quasi sempre, facciamo il contrario: partiamo dall’ideologia per poi scendere nella realtà. Naturalmente, lo ripeto, ambedue gli approcci sono il risultato di un processo storico e culturale. Ciò non toglie che si possa e si debba cambiare. D’altra parte, potremmo dire che agli svizzeri manca un po’ di fantasia: un luogo comune che può anche avere un fondo di verità. Se si guarda però ai risultati non si può negare che quelli ottenuti dagli svizzeri siano notevoli”.

Gli ultimi cinque anni, vissuti da Ambasciatore italiano in Svizzera, per Deodato sono stati molto intensi: “Per un diplomatico è sempre interessante l’anomalia nei rapporti. Perché dà una scossa a quello che potremmo definire il tran tran quotidiano, perché fa emergere esigenze vere, magari scomode e, di conseguenza, mette alla prova la professionalità che si manifesta nella capacità di capire come agire e di cosa effettivamente bisogna fare. Quindi, li ho vissuti con grande interesse. Non mi spingo a dire che li ho vissuti con soddisfazione. Perché non è vero, in quanto non fa certo piacere che due Paesi così vicini e per certi versi così simili non riescano a trovare un comune luogo d’intesa. In ogni caso, sono convinto che sia stato un passaggio utile per entrambi. Trovarsi davanti a problemi da risolvere fa emergere le qualità migliori da tutt’e due le parti”.

Secondo Deodato è necessario “cercare di trasmettere un nuovo messaggio alla nostra comunità all’estero e, soprattutto, invitarla a strutturarsi in maniera diversa per quanto riguarda i rapporti con l’Italia: l’assistenzialismo non può funzionare più. Dobbiamo essere estremamente chiari su questo punto. La Svizzera è un Paese di grande benessere, dove i nostri connazionali sono, salvo eccezioni fisiologiche, ben inseriti e sono in grado di partecipare attivamente alla vita sia della Svizzera sia italiana. Ora è necessario individuare nella comunità una rappresentanza valida, importante, in grado di contribuire in termini positivi ai rapporti fra i due Paesi. Che non sia, e lo dico senza alcun intento polemico, in alcun modo autoreferenziale”.

A proposito dei corsi d’italiano, per l’ambasciatore “si deve trasmettere un messaggio di maggiore spessore e peso culturale. Gli italiani all’estero, a mio giudizio, non hanno bisogno di qualcuno che paghi i corsi in quanto tali, hanno bisogno che si trasmetta un messaggio culturale che faccia sì che la lingua italiana sia intesa come un veicolo forte e importante, in grado di veicolare la tradizione profonda di un Paese con un peso specifico culturale che non ha rivali nel mondo. Il problema non è che si debba contribuire a pagare il corso; il problema è spiegare a cosa serve, come deve essere strutturato e come è inserito in un sistema scolastico”. Necessaria, dunque, una riforma della legge: “Obiettivamente, manca un messaggio chiaro agli enti gestori. Continuando a tagliare si dà l’impressione che la causa sia solamente la mancanza di fondi. In realtà, e nella sostanza, non è così: si riduce, perché si ritiene che le risorse esistenti, che sono poche, non debbano essere messe a disposizione per questo tipo di iniziative, che così come sono non rappresentano una priorità. Io credo che l’intervento culturale vada elevato, come fanno altri Paesi europei come la Francia o la Spagna”.

E la razionalizzazione dei consolati? “Vorrei ricordare che la Germania, che in Svizzera vanta una comunità considerevole, nella Confederazione non ha più un consolato di carriera. Non è detto che tutto quello che fanno glia altri vada preso ad esempio, però, se un Paese come la Germania arriva alla conclusione che i consolati di carriera sono superati, qualche riflessione dovrebbe indurci a farla. Magari rapidamente, tenendo conto della realtà di oggi. Anche in questo caso manca il coraggio della programmazione. Non credo sia giusto e neppure utile procedere con delle chiusure periodiche, improvvisate. Serve una strategia ben chiara e di conseguenza un messaggio chiaro per i nostri connazionali in Svizzera e all’estero, che comunichi quali sono i servizi di cui si ha veramente bisogno e ciò che si può realmente fare. Continuando a mantenere una vasta rete consolare diamo contemporaneamente due falsi messaggi: siamo in grado di mantenerla ed è giusto farlo. Su questo andrebbe avviata una profonda discussione”.

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