Italiani all’estero, cittadinanza: Ferretti (MAIE) sfida Di Biagio (Pi), e il Pd… – di Ricky Filosa

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Non sono piaciute a Gian Luigi Ferretti, coordinatore del MAIE Europa, alcune delle dichiarazioni che Aldo Di Biagio, senatore del gruppo Per l’Italia, ha pronunciato durante la recente intervista rilasciata a ItaliaChiamaItalia.

In particolare, l’esponente del Movimento Associativo Italiani all’Estero punta il dito contro la seguente frase del senatore eletto oltre confine: “Ho trovato molto sterili – ha detto Di Biagio a Italiachiamaitalia.it – le polemiche sul contributo dei trecento euro per l’ottenimento della cittadinanza, fatte da qualcuno che probabilmente aveva poco da dire”. Parole pronunciate, secondo Ferretti, “con una buona dose di prosopopea ed arroganza”.

Ferretti dà atto a Di Biagio “di essere lui l’unico parlamentare eletto all’estero a manifestare entusiasmo per il balzello sulla cittadinanza”, e poi prosegue: “vorrei informarlo che ritengo tutt’altro che sterili le polemiche che ho fatto, e continuerò a fare, e che ho moltissimo da dire a proposito”.

Non è finita qui. Ecco l’affondo, il guanto di sfida: “sfido Di Biagio ad un civile pubblico dibattito sul tema, lasciando a lui la scelta del luogo e dell’ora, a meno che non ritenga poco dignitoso dibattere con chi non è parlamentare”.

Ferretti, che rimane “in fiduciosa attesa” di una risposta da parte del senatore, fin dall’inizio ha criticato fortemente la “tassa” di 300 euro per poter fare domanda di cittadinanza da parte dei discendenti degli italiani. In un comunicato stampa del MAIE Europa, coordinato proprio da Ferretti, a proposito dei 300 euro si legge: “si tratta di una tassa odiosa e anche discriminatoria”.

Dall’Argentina, invece, si fa sentire Mariano Gazzola, coordinatore MAIE nel Paese sudamericano, che parla dell’ennesimo bel "regalo" agli italiani nel mondo da parte del governo Renzi.

Aldo Di Biagio, nell’intervista al nostro quotidiano online, è stato chiaro: secondo lui “i trecento euro non sono un parametro o uno strumento di misurazione del grado di attenzione verso il Paese. Ma, obiettivamente, chiedere un contributo per sostenere la gestione di una pratica amministrativa non è eccessivo”.

Anche Fabio Porta, deputato Pd eletto nella ripartizione estera Sud America (proprio dove è maggiore il numero di richieste di cittadinanza italiana), ha partecipato pubblicamente al dibattito. La sua opinione non è lontana da quella di Di Biagio: “Stiamo parlando del riconoscimento della cittadinanza da parte di figli e discendenti di italiani e non credo che chiedere un contributo a questi cittadini sia di per sé uno scandalo”.

Intanto i deputati del Partito Democratico con una nota congiunta fanno sapere di avere presentato alla Camera, dove è giunto il provvedimento di conversione del decreto legge 66/2014 recante misure urgenti per la competitività e la giustizia sociale, nel quale è prevista appunto l’introduzione di un contributo di 300 euro per le nuove richieste di riconoscimento di cittadinanza, un emendamento teso a vincolare i soldi ricavati dal pagamento di questo balzello a un fondo speciale da costituire – spiegano –  “presso le rappresentanze diplomatiche e gli uffici consolari”; un fondo “destinato a finanziare la contrattazione di personale locale con la finalità di smaltire l’arretrato di pratiche di cittadinanza presentate presso gli uffici consolari”. Proprio l’obiettivo per il quale, secondo il relatore Pd al Senato, è stato approvato l’emendamento a Palazzo Madama.

Nel testo al Senato, però, le risorse ricavate dal pagamento dei 300 euro non erano state esplicitamente vincolate allo smaltimento delle pratiche. Ecco che quelli del Pd, anche e soprattutto dopo le critiche da parte del MAIE, se ne sono accorti e adesso a Montecitorio stanno cercando di porre rimedio a ciò che i loro stessi compagni senatori hanno combinato.

Al fondo proposto dal Pd “dovrebbero confluire, con procedure da concertare tra il Ministero degli Esteri e quello dell’economia e delle finanze, le percezioni consolari acquisite anno per anno”, concludono i deputati dem.

La questione scotta. Il tema interessa e tocca direttamente moltissimi discendenti di emigrati italiani, decine di migliaia, forse di più. Ma gli stranieri immigrati in Italia che acquisiscono la nostra cittadinanza (come nei casi di matrimonio con italiani, per esempio) pagano? Sì, spiega ancora il piddino Porta: “hanno sempre pagato un analogo contributo economico attraverso un bollettino destinato al Ministero dell’Interno”.

C’è di più. Sempre Porta ricorda anche che in Paesi come il Brasile – dove fra l’altro risiede il deputato – “si spendono migliaia di euro per istruire un processo di cittadinanza, tra le spese notarili e relative alle traduzioni giurate o per i servizi prestati da avvocati e agenzie”. Anzi, anche “a causa delle difficoltà e soprattutto delle lungaggini dovute all’attesa di anni per la definizione di queste pratiche, è nato un fiorente ‘mercato’ spesso ai limiti della legalità. Ben vengano quindi i 300 euro – sottolinea l’onorevole – se contribuiranno a sconfiggere questa piaga e a garantire tempi rapidi e certi per la cittadinanza”.

Il Partito Democratico, dopo essersi fatto trovare in fallo, per non perdere ulteriormente la faccia a questo punto si augura fortemente che la Camera dia luce verde all’emendamento presentato da Porta e colleghi. Le somme derivanti dal pagamento dei 300 euro vengano davvero vincolate allo smaltimento delle pratiche. L’intenzione del relatore al Senato in fondo era proprio questa. O no?

Twitter @rickyfilosa

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