Italia in crisi, un clima da paura – di Carlo Di Stanislao

C’è un clima preoccupante che serpeggia in Italia, un clima che, a chi ha la mia età, fa drizzare il pelo e crea tachicardia ed apprensione. La guerriglia davanti alla sede Equitalia di Napoli, il pacco bomba recapitato negli uffici della direzione centrale di Roma, i due funzionari malmenati a Melegnano, in Lombardia, i volantini delle Br, le scritte minacciose di fronte alla sede di Schio, nel vicentino e, infine, le due molotov nella sede di Livorno. Con l’aggiunta di quanto affermato da Passera sulla possibilità di conflitti in seno alla società, stanca di penalizzazioni e rigore, che non paiono portare a prospettive nuove, né nel presente né nell’immediato futuro.

Il governo e molti partiti che lo appoggiano, soprattutto il Pd, continuano a ripetere che il vero nemico è la crisi, ma allora, se il bau bau non è Equitalia, bisognerà pure mettere mano, dopo sei mesi solo di stangate, a riforme e azioni concrete per la crescita, a cominciare dallo sblocco dei pagamenti verso le imprese fornitrici. L’Italia è un Paese a secco; la liquidità è vitale per l’economia degli onesti. Solo l’evasione sa farne a meno. Ma le banche, aiutate in ogni modo, continuano a fare utili e orecchie da mercante.

Il redivivo Berlusconi batte un colpo e avverte che “il rigore è dannoso”, ma non dice che siamo in questo stato pre-greco solo a causa di errori accumulati negli ultimi tre lustri, da lui guidati per almeno due terzi. E gli fa eco D’Alema, altro alfiere dell’annoso disastro italiano, che, a proposito dell’attentato al dirigente dell’Ansaldo Roberto Adinolfi, rivendicato dalla Fai (Federazione Anarchica Informale) nucleo ‘Olga’, dichiara: “La situazione è preoccupante, molto preoccupante" ed aggiunge: “questi gruppi che hanno una struttura diversa rispetto a quella tradizionale delle Br sono delle cellule, hanno una forma di terrorismo più spontanea e meno organizzata. Già si erano resi responsabili di altri fatti, si temeva un salto di qualità e c’è stato".

A Livorno, sulla facciata del palazzo, proprio sotto le finestre della sede di Equitalia, fatto oggetto delle due bottiglie incendiare di ieri, ci sono anche alcune scritte contro l’agenzia. Una, “Lotta continua”, sarebbe nuova. Sempre a Livorno, il 5 gennaio scorso, alla sede di Equitalia era arrivata una lettera con un proiettile calibro 7.65. L’autore specificava di non avere nulla a che fare con le ideologie anarchiche e l’ipotesi degli investigatori fu che si fosse trattato di un gesto isolato. Ma adesso non la si pensa più così.

Sempre nella “rossa” Livorno il 26 gennaio, era stata scoperta una busta con un meccanismo a orologeria a carica manuale indirizzata all’Agenzia delle entrate. Su Equitalia e Agenzia delle Entrate si stanno scaricando tutte le tensioni legate alla crisi.

Venerdì 11 maggio la società di riscossione guidata da Attilio Befera ha deciso di reagire. "E’ inaccettabile continuare a scaricare irresponsabilmente su Equitalia –  afferma una nota diffusa dopo gli episodi di violenza a Napoli e Milano e la minaccia a Roma con un pacco bomba – la colpa di gesti estremi e situazioni drammatiche, che hanno invece origini diverse e lontane e che stanno esplodendo solo oggi a causa della crisi economica". Il premier Mario Monti non ha voluto commentare ma ha annunciato la sua visita, giovedì 17, all’Agenzia delle Entrate, dove incontrerà il direttore (nonché presidente di Equitalia) Attilio Befera e i vertici dell’amministrazione fiscale.

Ad esprimere solidarietà sono i sindacati, preoccupati per le condizioni difficili di lavoro degli addetti al fisco. Oggi si apprende, dalla pagina economica del Corriere, che il governo spinge l’acceleratore sull’uso dei fondi strutturali europei. E dopo aver stornato a dicembre 3,7 miliardi di euro gestiti dalle Regioni, ma bloccati, per destinarli a nuovi progetti di investimento, decide per la riprogrammazione anche dei fondi gestiti direttamente dallo Stato. Che, come gli altri, giacciono fermi su un binario morto. Ma il problema non si risolve così, perché servono investimenti più strutturali ed interventi più continui e diretti. Sono in molti a puntare il dito sulla stretta creditizia e indicare nelle banche il problema.  Ultima, in ordine di tempo, la JP Morgan, la più grande banca d’America, “spiaggiata” dalla “Balena di Londra”, che le ha fatto perdere in un sol colpo due miliardi di dollari. Con questo nuovo caso potrebbe crearsi una nuova vicenda Lehman, anche se la  banca americana dovrebbe avere le risorse necessarie a chiudere il buco senza provocare catastrofi.

Di fatto le banche, che hanno preso ad uno e rivenduto a cinque, continuano ad aiutare solo se stesse, mentre  la recessione sta distruggendo imprese, posti di lavoro e soprattutto speranza.  Il fiscal compact che alcuni Parlamenti hanno approvato senza neppure leggerlo e altri non hanno nemmeno discusso ma dato per buono, è contro qualsiasi ipotesi di crescita, anzi è un ammazza-crescita. Anche ieri la prima pagina del Financial Times dava il titolo principale al salvataggio, con soldi pubblici di Bankia, il terzo gruppo spagnolo per asset posseduti. Ancora una volta i soldi dei contribuenti vengono utilizzati per salvare chi continua a fare finanza per la finanza, senza mai servire l’economia reale.

Insomma, a me pare che siamo piombati nel bel mezzo di  un romanzo orwelliano,  in cui il paradigma del “too big to fail” (troppo grande per fallire) non può essere applicato ai giganti della finanza, ma gli Stati e i loro popoli invece sì.

Le banche che hanno speculato sulla Grecia vanno salvate mentre lo Stato greco può fallire e il suo popolo essere affamato. Le Banche italiane che hanno preso miliardi di euro dall’Europa all’1%, se ne servono per speculazioni e non per aiutare il Paese. Pochi giorni fa, Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano, tornava sui capitali italiani all’estero e, in un bell’articolo, molto ben costruito ed informato, ricordava che nelle banche svizzere  ci sono 50 miliardi italiani da recuperare e che, a quanto pare, Monti non vuole. Infatti il Governo, quello stesso delle tasse e dell’allungamento dell’età pensionabile, continua a dire no all’accordo con Berna sui 150 miliardi di capitali evasi, che tassati potrebbero finanziare per intero lo sviluppo. Germania, Gran Bretagna e Austria, invece, lo hanno già fatto. E c’è di più e riguarda la spesa pubblica, che tutti vorrebbero “ritoccare” ma nessuno tocca.

Con tutto il male che si può dire di Monti, bisogna avere presente che, oltre la tendenza al mito degli italiani (ricordiamoci l’imbarazzante adesione a quello di Berlusconi durata vent’anni, come a quello di Mussolini), c’è la realtà di una macchina dello Stato che affonda le sue radici in due stati assoluti e autoritari come il regno sabaudo e quello borbonico, abituata a cantarsela e suonarsela e a considerarci non dei cittadini ma, nel migliore dei casi, come dei fedeli sudditi e nel peggiore come tanti mariuoli.

Il risultato dell’incapacità dello Stato, a parte il caos dei pagamenti e dei rimborsi a babbo, o meglio imprenditore morto, è espresso, o meglio, per restare in tema, sepolto, nelle poche righe in fondo all’articolo di Roberto Petrini di Repubblica dedicato ai “tagli anti deficit”: “Molte delle misure delle tre manovre del 2011 che valgono 48,9 miliardi per quest’anno devono ancora essere applicate”.

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