Indignados americani, un nuovo ‘68? – di Ennio Caretto

Washington – A chi credere? Agli ottimisti che in America segnalano un aumento dei posti di lavoro e in Italia una ripresa della produzione? O ai pessimisti come il presidente della Banca centrale europea Trichet che sollecita la ricapitalizzazione delle banche per evitare una catastrofe? E’ difficile scegliere. In America come in Italia e in Europa, l’economia è in bilico tra il rilancio e la recessione bis. E basterà un nonnulla a spingerla nella direzione sbagliata. Basterà a esempio che i governi e i parlamenti non programmino abbastanza stimoli o eccedano nell’austerity. O che i mercati si abbandonino come al solito ai rischi e alle speculazioni. Una cosa è certa: che l’andamento dell’economia nei prossimi mesi deciderà le elezioni del 2012. E un’altra cosa è possibile: che le elezioni si debbano tenere non soltanto in America come previsto ma, con un anno di anticipo, anche in Italia, sebbene Berlusconi dica “no”.

In America, fino a poche settimane fa la sconfitta di Obama alle urne nel 2012 era considerata probabile. Assediato dai repubblicani e dagli ultras conservatori del Tea party, il presidente restava sulla difensiva. Ma ultimamente, gli eventi si sono volti a suo favore. Il piatto forte del Tea party, i tagli delle tasse sui ricchi e sulle corportation – sorpresa, sorpresa – si è rivelato indigesto per miliardari e manager di punta come Warren Buffett, il mago degli investimenti, che hanno chiesto di essere tassati di più, non di meno. I candidati ultras alla Casa Bianca hanno fatto fiasco lasciando spazio all’unico repubblicano moderato, l’ex governatore del Massachusetts Mitt Romney. Ed è nato il movimento degli “indignati”, la gente che protesta in tutto il mondo contro la crisi: si chiama “Occupare Wall street” e sostiene di rappresentare il 99 per cento del pubblico contro l’1 per cento dei pescecani della finanza e dell’industria. Non è sicuro che “Occupare Wall street”, schierato in prevalenza con i democratici, neutralizzi il Tea party. Ma con la sua nascita la popolarità degli ultras conservatori è calata nei sondaggi ancora di più di quella di Obama. E il presidente è passato all’attacco, attribuendo giustamente alla opposizione la mancanza di stimoli all’economia e di riduzioni del debito sovrano americano. Le sue chance di venire rieletto, sebbene deboli, sono adesso in ascesa. Il contrario di quanto accade in Italia a Berlusconi, per lo meno stando ai sondaggi. Il destino del premier sembra dipendere sempre di più da come andrà l’economia e da come reagirà la piazza.

In America come in Italia e in Europa, soffiano l venti del cambiamento. I venti del pieno impiego, della ridistribuzione della ricchezza tramite le riforme fiscali e la lotta alla sperequazione e alla corruzione, della difesa del welfare, ecc. In altre parole, i venti degli “indignati”. E’ troppo presto per affermare che i venti del cambiamento che hanno prodotto la primavera araba in Medio oriente e la protesta degli “indignati” in Europa e in America saranno forti come quelli del ’68. Ma per quanto riguarda l’Occidente, non è troppo presto per distinguere tra il movimento degli “indignati” e il movimento dei “no global” nato a Seattle nel ’99, alla conferenza annuale dell’Organizzazione mondiale dei commerci. Si può già dire che i “no global”, la cui campagna fu ed è spesso macchiata dalla violenza dei black rock, ebbero più torto che ragione, e gli “indignati”, le cui dimostrazioni sono state sinora pacifiche tranne che in Inghilterra, hanno più ragione che torto. Il motivo è semplice: la globalizzazione, che ha portato benefici quasi ovunque, non la si può stroncare senza cadere in una crisi economica e finanziaria più grave di quella del 2008, la si può solo regolamentare, incanalare verso l’interesse comune. Le riforme chieste dagli “indignati”, invece, riforme dei sistemi politico e capitalistico, sistemi che contribuirono al crack di tre anni fa e che ora minacciano l’occupazione e lo stato assistenziale, sono realizzabili. Non sorprende che i venti del cambiamento soffino ovunque sulle economie e sulle società avanzate e in via di sviluppo. Sorprende semmai che soffino così tardi. I “no global” rappresentarono e rappresentano una minoranza, ma potenzialmente gli “indignati” rappresentano la maggioranza di chi lavora e chi paga le tasse. Non sono “il 99 per cento” del pubblico come sostiene “Occupare Wall street”,  ma possono essere i suoi due terzi, quei ceti medio e basso a cui dal 2008 vengono addossati sempre maggiori sacrifici, mentre il ceto alto si arricchisce. Il loro movimento non è rivoluzionario, al contrario è un movimento dei diritti civili, come quello dell’integrazione razziale in America cinquanta anni fa.

Nella crisi più grave dalla Grande depressione negli Anni trenta dello scorso secolo, i giovani senza futuro, le madri e i padri disoccupati, le famiglie senza assistenza adeguata rischiano di diventare cittadini di serie B, i neri del 2000. Per ora gli “indignati”, che formano una sorta di partito trasversale, ne controllano la protesta. Ma se gli attuali vuoti politici non verranno riempiti e se i perduranti eccessi finanziari non verranno fermati, le tensioni sociali esploderanno. Lo hanno già ammonito banchieri centrali come Trichet appunto e come Bernanke, il presidente della Federal reserve. Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che subentrerà a Trichet a fine mese, è andato oltre, denunciando il pericolo che vengano perdute intere generazioni giovanili. Come escludere categoricamente che il 2012 diventi più turbolento del 1968? La gente non ne può più, i giovani soprattutto. La risposta le daranno le elezioni.

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