In Italia è tempo di sciopero del fumo – di Franco Esposito

Italia in fumo, italiani senza fumo. Scioperano i tabacchi, niente sigarette di lunedì dalle 9 alle 12. Una protesta che potrebbe proseguire ad oltranza, non si sa fino a quando. Dipende dal Governo. Gli esercenti titolari della licenza di tabaccheria chiedono risposte alle loro istanze. Stufi di subire, minacciati nella loro sopravvivenza, hanno abbassato le saracinesche dei negozi o si sono limitati solo a non vendere sigarette lunedì 13 e lunedì 20 marzo. Nel primo caso l’adesione dei tabaccai è stata del 90%, nel secondo ha raggiunto quota 85%, secondo quanto riferisce la Fit, Federazione italiana dei tabaccai. E c’è un manifesto per dirlo, esposto all’interno e all’esterno degli esercizi. “Contro il Governo che ci aumenta i costi e ci riduce i ricavi, lunedì mattina non vendiamo tabacchi per sciopero. Ci scusiamo con la gentile clientela”.

La Federazione italiana dei tabaccai ha assunto come campione i numeri espressi lunedì dalle tabaccherie di Pisa, dalle 9 alle 12. Bene, su 13 esercizi in centro 7 sono rimasti chiusi; 6 aperti, e di questi 3 hanno venduto sigarette, per libera scelta, non contravvenendo perciò al contenuto dello sciopero, che prevedeva la piena discrezionalità per i tabaccai. Nella zona del tribunale l’adesione allo sciopero è stata totale. Il cento per cento dei negozi è rimasto chiuso. La Fit ha comunicato la propria soddisfazione circa la riuscita dello sciopero.

I tabaccai manifestano la ferma intenzione di proseguire il blocco nel tempo. Gli esercenti chiedono al Governo di prendere in considerazione un aumento dell’aggio sul prezzo di vendita di un pacchetto di sigarette, oggi pari al 10%. O, in alternativa, una riduzione dell’accise sui tabacchi. I titolari di tabaccheria si sono riservati due opzioni: sciopero bianco, aperto e non vendo, o la serrata. Anche nella consapevolezza che la prima azione a disposizione comporta un sicuro disagio: ritengono sia comunque imbarazzante rifiutarsi di vendere sigarette a un cliente.

I tabaccai d’Italia sono furibondi. I loro esercizi, ormai strutturati come vere imprese, non si occupano solo della vendita di sigarette. Riscuotono tributi, il pagamento di bollette, il canone Rai, il bollo auto, fanno fax e fotocopie. Un euro il ricavo su una bolletta; 1,8% sul lordo delle ricariche dei telefonini. Ma il grosso, ribadiscono arrabbiati e determinati e non effettuare passi indietro, il grosso arriva dai tabacchi. “Le sigarette sono per noi come il pane per il panettiere. Che può anche fare biscotti, ma il pane è sempre il pane, il primo bene”. La crisi si sente anche in tabaccheria. Un flagello che abbatte qualsiasi prospettiva di miglioramento. Le ragioni sono tante, riassumibili nelle più importanti e incisive: tassazione, concorrenza dello smoking elettronico, l’improvviso abbassamento dei prezzi di alcune marche di punta, come Chesterfield, scese da 4,60 a 4 euro; il lancio di linee meno costose (Benson a 4 euro) e di prodotti economici (Yorkshire a 3,80 euro) sta mettendo a dura prova il settore.

Questo dei tabacchi in Italia assicura lavoro mediamente a 45mila addetti, in ogni regione, tra titolari, dipendenti e indotto. La protesta a largo raggio interessa dunque i titolari e i dipendenti. Il calo nazionale degli introiti negli ultimi anni oscilla tra il 25 e il 30 per cento. Una media che semina inquietudine e preoccupazione nei tabaccai italiani. Il futuro si prospetta nero e non s’intravvede una reale via d’uscita. Come forza di protesta, lo sciopero è un campanello per richiamare l’attenzione del Governo centrale sulle difficoltà presenti e future che popolano il quotidiano della categoria.

I tabaccai lamentano la scarsa redditività dello loro imprese. “Laddove non si dovrebbe dimenticare che lavoriamo per la pubblica amministrazione finanziaria e anche per questo siamo tenuti ad assicurare una robusta solvibilità”. Tabacco, sigarette, fumo: lo sciopero dei tabaccai è comunque un ulteriore spia degli infiniti problemi che angustiano il Paese in questo momento. È dura trovare qualcosa e qualcuno, fino al ceto medio, che non sia in sofferenza. Imprese, aziende, artigiani, impiegati, lavoratori, tutti sono autorizzati a dire che “le cose non vanno e l’Italia va a rotoli, poveri noi”.

La guerra dei prezzi e delle marche non interessa ai tabaccai italiani. Eventuale aumento dell’aggio, quello sì, e che non vada a gravare sul consumatore. Pretendono, gli esercenti, la diminuzione delle accise. Richiesta e pretese sono supportate e documentate dai numeri. I ricavi annui di una rivendita si aggirano mediamente su 32mila euro, su un incasso di 320mila.

“Potremmo sopravvivere se arrivassimo, nelle città medie, a 40-45 mila”. La maggior parte dei tabaccai italiani, poi, ritiene che lo sciopero debba essere più robusto e che vada ad occupare uno spazio più ampio ogni lunedì. “Sono poche tre ore senza la vendita di sigarette”. Traduzione: i fumatori si preparino al peggio.

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