Immigrati, integrare si può. Se davvero si vuole

Una migrazione biblica si sta abbattendo come un tornado sul nostro Paese. Non serve invocare muri e respingimenti. L’integrazione è possibile, basta volerlo

Se chiedessero a me “Vorresti in casa un extracomunitario?” io risponderei che in casa mia non voglio né un extracomunitario né un italiano e nemmeno un parente (per più di tre giorni). E penso che questa sarebbe la risposta degli intervistati, se il giornalista di turno aspettasse un attimo prima di andarsene o chiudere il collegamento. Aggiungo che nemmeno Papa Bergoglio vorrebbe gente in casa sua, nonostante l’ecumenismo della sua missione apostolica. Basterebbe cambiare di poco la domanda e la mia risposta sarebbe diversa. Specifico che mi riferisco alla “mia” risposta.

Vorresti che un certo numero di comunitari arrivassero nella tua città? “Perché no?” risponderei. Non ho la proprietà della città e nemmeno il diritto di prelazione. Nel corso degli anni ho cambiato città almeno quattro volte e non ho dovuto chiedere il permesso a nessuno. Perciò, se qualcuno sceglie di cercare una vita migliore dove vivo io, gliene riconosco il diritto.

Altre sono le domande da fare, cari giornalisti. E non alla gente comune, che non ha l’obbligo, nè la capacità di cercare soluzioni di buonsenso. Le domande si fanno ai sindaci e non a tutta quella variegata schiera di politicanti opinionisti e detentori di pseudoverità che governa i talk show senza alcun mandato dei poveri telespettatori ma per grazia ricevuta dall’editore di turno.

Prima domanda, ai sindaci: esiste la possibilità di far lavorare gli extracomunitari in cambio dell’accoglienza sul vostro territorio? Lavoro in cambio di accoglienza. Senza fomentare invidie o rancori: nessuna spesa in più per il Comune. Pulizia di giardini, manovalanza di vario tipo per alcune ore e contemporaneamente lezioni di lingua ed educazione civica da parte di organizzazioni cattoliche o di volontariato. Perché no?

Seconda domanda: esiste la possibilità di socializzazione, se non immediata con i cittadini del luogo, almeno tra etnie e provenienze simili, in modo da consentire ai giovani maschi immigrati una vita di relazione simile a quella dei loro coetanei italiani? Senza un’occupazione e senza una vita sentimentalmente accettabile cosa ci si può aspettare da una fiumana di corpi in ebollizione privati di corrispondenze e di antidoti all’esplosione di reagenti chimici mal mescolati?

Terza e ultima domanda. Se gli immigrati sono di religione islamica, è possibile trovare il modo di utilizzare l’esperienza di un musulmano moderato, già ben inserito nella stessa comunità, per guidare l’integrazione senza imporre sradicamento e dissoluzione di propri valori? Tutte le religioni aspirano alla comunione con Dio. Tutte. Senza distinzione. Sono le interpretazioni individuali che ne dirottano le finalità.

Certamente i riti, gli usi e i costumi risentono delle origini storiche e geografiche, ma lo sguardo al trascendente è un’esigenza dell’uomo da sempre. Del dotto come del semplice. Una migrazione biblica si sta abbattendo come un tornado sul nostro Paese. Non serve invocare muri e respingimenti. Chi scappa dai quattro Cavalieri dell’Apocalisse non bada ad ostacoli.

Se Salvini avanza nelle sue scorrerie urbane per fomentare odio e rifiuto, male ne incorrerà per tutti. L’Africa mediterranea mantiene la memoria dei nostri recenti errori e dei nostri antichi misfatti: non è sbagliato presagire un futuro difficile per i nostri figli.