Ilva, stop area a caldo è morto impianto: parola all’esperto

La decisione del gip di chiudere tutta l’area a caldo dell’Ilva di Taranto e’ "Inspiegabile". Lo afferma Donato Firrao, docente di metallurgia del Politecnico di Torino, secondo cui era sufficiente fermare un solo reparto e continuare la produzione. "Il settore piu’ inquinante dell’impianto e’ la cokeria, quello cioe’ dove si fonde il carbone, mentre l’altoforno a Taranto e’ appena stato rimesso a nuovo secondo i criteri piu’ moderni e i convertitori a ossigeno emettono al massimo ossidi di ferro, che non sono pericolosi – spiega l’esperto – si poteva tranquillamente chiudere solo la cokeria e comprare il suo prodotto, il coke, sul mercato, continuando cosi’ la produzione. In questo modo si diminuirebbero le emissioni".

Un eventuale spegnimento dell’area a caldo provocherebbe la ‘morte’ dell’impianto: "L’altoforno deve bruciare ininterrottamente per 15 anni, se si spegne si danneggia irreparabilmente – spiega Firrao, secondo cui le ricadute del blocco dell’impianto pugliese sarebbero molto gravi – l’Italia produce 29 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno, e circa 10 vengono da Taranto. Se venissero a mancare ne risentirebbero anche le aziende che usano il prodotto finito, perche’ lavorano ‘in continuo’, richiedendo all’azienda quello che serve di volta in volta senza fare scorte".

Piu’ a lungo termine, spiega Michele Giugliano, esperto di emissioni in atmosfera del Politecnico di Milano, si potrebbe valutare la sostituzione degli impianti con modelli appena messi a punto e molto meno inquinanti: "Recentemente la Siemens ha realizzato delle acciaierie ad emissioni quasi zero soprattutto in Cina – spiega Giugliano – si tratta pero’ di interventi che non possono essere fatti sugli edifici esistenti, ma ne richiedono la sostituzione. Vale pero’ la pena provare almeno a fare una stima delle risorse che sarebbero necessarie, tenendo conto del fatto che queste tecniche nuove non sono mai state testate su impianti grandi come quello di Taranto".

Secondo l’esperto, che in passato ha partecipato ad alcune perizie proprio sull’impianto pugliese, si stanno comunque scontando alcuni ritardi: "In passato ci si e’ concentrati molto sugli inceneritori presenti nell’area come fonte di inquinamento, che infatti sono stati messi a norma – spiega Giugliano – trascurando e controllando meno altre fonti di cui solo ora si sta valutando la pericolosità".

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