Ilva, presente nero e futuro nerissimo – di Carlo Di Stanislao

Le previsioni dell’Ocse dipingono un futuro nero per l’Italia, a partire dalla stima di un deficit/Pil pari al 3% a fine 2012 e al 2,9% nel 2013 e la quasi certezza di una stretta fiscale nel 2014. E non basta. Nel suo nuovo Outlook,  pubblicato oggi, l’Ocse fa rilevare che le misure di austerità varate dal governo Monti hanno causato il maggior calo dei consumi registrato nel nostro Paese dal secondo conflitto mondiale e conclude dicendo che sebbene le riforme sul lavoro e gli interventi sulla produttività approvati dal Parlamento negli ultimi dodici mesi, ”sono impressionanti”, vanno ”costantemente e fortemente implementati se si vuole produrre dei risultati”.  Nel suo rapporto l’Ocse dice anche che la disoccupazione da noi salirà al’11,8% il prossimo anno,  per arrivare ad oltre il 12% nel 2014.

Pertanto l’Outlook autunnale di Ocse che individua nella crisi dell’Eurozona una minaccia per l’economia mondiale, con un possibile shock finanziario che potrebbe innescare una recessione dalle conseguenze negative per tutta l’economia globale, dice che l’Italia è messa male e rischia il peggio a causa del peso crescente del debito pubblico (che sarà destinato a salire nel tempo, con un rapporto col Pil stimato al 127% nel 2012, al 129,6% nel 2013 e al 131,4% nel 2014) ed una disoccupazione sempre maggiore. In questa ottica appare ancora più drammatica la chiusura dell’Ilva, con a rischio 5.000 posti di lavoro che arrivano a 8.000 se si considera l’indotto.

Dalle 7 di stamani, proclamato da Fim, Fiom e Uilm, è iniziato a Taranto uno sciopero di 24 ore per protestare contro la chiusura dello stabilimento in seguito ai provvedimenti di ieri della magistratura, tra i quali il sequestro dei prodotti finiti e semilavorati con divieto di commercializzarli. Domani si terrà il consiglio di amministrazione dell’Ilva ed é confermato, sempre per domani, l’incontro tra azienda e sindacati, già programmato per discutere della cassa integrazione annunciata per 1.942 dipendenti, prima della nuova bufera giudiziaria.
Per giovedì, inoltre,  è fissato un incontro tra governo, sindacati ed enti locali a Palazzo Chigi, con il ministro dell’Ambiente Clini che ha dichiarato che dall’incontro vuole uscire con un provvedimento che applichi il documento Aia, unico documento legale che regola l’attività di settore, ma aggiungendo che resta urgentissimo il problema per la creazione delle condizioni di agibilità dell’azienda.

E mentre il ministro degli interni Anna Maria Cancellieri ritiene che ci sia "un rischio notevole" di problemi per l’ordine pubblico a chiusura dell’impianto a freddo dell’Ilva, Giorgio Napolitano parla di “questione troppo intricata” per fare comunicati e, si legge sui giornali, che nell’ordinanza di circa 5.000 pagine del gip Patrizia Todisco,  si rivolge un’accusa pesantissima anche al presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, che non è indagato, ma chiamato in causa con funzionari e assessori, come l’ex capo di gabinetto, avv. Francesco Manna e l’assessore e compagno di partito Nicola Fratoianni, incaricati, pare, di “frantumare” il direttore generale dell’Arpa Giorgio Assennato, colpevole di aver prodotto una relazione nel giugno 2010 in cui si affermava la necessità di ridurre la produzione dello stabilimento di Taranto per ridurre le emissioni inquinanti.

Ieri sera, in un’intervista esclusiva all’emittente pugliese Telenorba, Vendola ha detto di non aver mai fatto pressioni sul direttore dell’Arpa Puglia e chiamando in causa lo stesso Assennato, dichiarato che lui è estraneo a tutto la vicenda. Invece, nella sua ricostruzione scritta, il gip afferma: “Il complesso delle intercettazioni relative alle pressioni sul professor Assennato è da ritenersi, oltre ogni ragionevole dubbio, assolutamente attendibile, così come è altrettanto evidente… che il tutto si era svolto sotto l’attenta regia del presidente Vendola e del suo capo di gabinetto avvocato Manna”.

Dunque, conclude il giudice, “è di tutta evidenza che la Regione Puglia, invece di imporre misure urgenti atte a monitorare in continuo le emissioni dell’Ilva, di concerto con i suoi vertici cercava di ricorrere ad escamotage, quali l’attivazione di tavoli tecnici, al fine di far guadagnare tempo all’industria nella realizzazione delle strutture di monitoraggio in continuo delle emissioni e, dall’altra parte, consentire alla stessa regione Puglia di non apparire inoperosa sul fronte ambientale agli occhi dell’opinione pubblica”.

Ieri, in diretta su Tgcom24, il segretario dell’Uilm Rocco Palombella, ha detto: “Sono dipendente da più di trent’anni, non mi sarei mai aspettato un’evoluzione così drammatica della situazione. L’area a freddo, che sembrava quella preservata dello stabilimento, dove tutti si sentivano garantiti, e’ quella che invece e’ maggiormente incriminata. Il punto di forza di ieri e’ il problema oggi”. E concluso affermando: “A Taranto c’e’ l’anarchia più totale, con operai entrati dentro l’impianto fermo, altri che lavorano in un’area sotto sequestro”.

Agitata anche la situazione all’Ilva di Genova, con un corteo di lavoratori che da stamani blocca l’uscita Genova Ovest ed altri 1.500 metalmeccanici che, dopo una breve assemblea, sono usciti dallo stabilimento in corteo per dirigersi verso l’aeroporto, accompagnati da moltissima cassa integrata dello stabilimento.

Certamente lo scenario è drammatico ed occorre assumere provvedimenti urgenti per tutto il comparto, ma è altrettanto certo che adesso in Italia si è costretti a scegliere fra salute e lavoro. Nessuna persona al mondo dovrebbe mai essere posta di fronte ad una scelta di tale portata, ma a Taranto è successo e non è la prima volta in Italia.  Il caso dell’Ilva, con un impianto connaturato alla città (geograficamente ad essa integrato ed elemento sociale fondamentale per il reddito di tante famiglie) è emblematico di come il sistema industriale (sempre più in difficoltà nella sua produzione di beni: la produzione mondiale di acciaio non potrà che calare nel tempo) sia un sistema che sembra voler fare apposta a scontrarsi con l’ambiente e la salute delle persone. Una miscela micidiale di arretratezza tecnologica, corruzione di pubblici funzionari delegati al controllo, nessun desiderio in questi anni di tutelare chi vive (e muore) a ridosso dell’impianto.

Sicuramente quello che sta accadendo a Taranto è una tragedia per tutti: per gli abitanti della città che stanno subendo i danni di un disastro ambientale che ha portato gravissime conseguenze sul piano della salute dei cittadini, con l’aumento dei malati di cancro soprattutto nella fascia più giovane della popolazione. Ma il dramma lo stanno vivendo anche i 12 mila operai che rischiano di perdere ciò che dà loro da vivere, il proprio lavoro. Nella nostra Costituzione, che sempre più spesso è ignorata, calpestata, dimenticata, la salute  e il lavoro hanno lo stesso peso, sono entrambi diritti e non si può chiedere ai cittadini di scegliere o l’una o l’altro. Dovrebbe essere lo Stato a garantire sia il diritto alla salute che il diritto al lavoro e, in casi come questo, anche la salvaguardia dell’ambiente.

Il 24 aprile 2007 un disegno di legge approvato  dal consiglio dei ministri rendeva reato penale il disastro ambientale, ma quel disegno di legge non ha avuto seguito, come ogni cosa buona che la nostra politica ha tentato di produrre. Speriamo che almeno in questo caso il governo Monti si comporti in modo tecnico, etico e responsabile e non vari provvedimenti ipotetici ed in fieri per continuare a tenere in bilico lavoro e salute.

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