Il più napoletano di tutti è Matteo Salvini

Con quella sua enorme bocca da cui prorompono in continuazioni frasi esplosive. Le quali restano sempre lettera morta. Come enormi petardi bagnati

In Italia i buonisti all’unanimità ma anche molti “non buonisti” hanno condannato senza appello, rabbrividendo, il funzionario di pubblica sicurezza che, in una piazza di Roma, contro gli immigrati africani che si opponevano con bestiale violenza all’ordine di sgombero, ha osato pronunciare l’apocalittica frase: “Se tirano qualcosa, spaccategli il braccio!”.

Gli ospiti africani hanno comunque continuato a lanciare di tutto – persino bombole cariche di gas – senza subire alcuna frattura né alle braccia né in altri posti.

Mi stupisce che nessuno, commentando l’accaduto, abbia enunciato una verità che a me appare evidentissima: nella penisola “si parla per parlare” e tutti amano spararla grossa. Io me ne resi conto per la prima volta a Napoli, da bambino, dove ci trovavamo come profughi dall’Istria. “T’aggia accirere!” (“Ti devo uccidere!”) era l’impressionante grido di guerra che certe madri napoletane lanciavano ai propri figli, se questi non obbedivano ai loro concitati ordini di venire subito da loro a ricevere la meritata punizione per una marachella fatta.

Ormai l’Italia si è napoletanizzata tutta. “Ributtiamoli in mare!” è il grido di guerra di quest’armata Brancaleone d’italiani che, nella vita di tutti i giorni, in realtà non oserebbero mai affrontare neppure con un “Ma tornate a casa vostra!” chi, questuando o proponendo oggetti vari, li importuna da mane a sera e con tono talvolta aggressivo.

Il più napoletano di tutti è proprio Salvini, con quella sua enorme bocca da cui prorompono in continuazioni frasi esplosive. Le quali restano sempre lettera morta. Come enormi petardi bagnati. “Se necessario, si spari!”, minacciò Maroni, il quale propose l’invio sui treni di squadre di militari armati in seguito all’aggressione subita da un controllore, cui fu staccato un braccio (senza nessuna minaccia preliminare) con un colpo di machete da un giovane passeggero originario del Sud America, sprovvisto di biglietto. Ma fu solo una sparata, con molto fumo, molto rumore, e un solo danno: quello d’immagine per noi, italiani all’estero, accomunati a questi italiani della penisola così “violenti” e così “razzisti”.

“Spariamo agli scafisti!” è un’altra di questa lunga serie di frasi truculente di cui i giornali e i blog straboccano.

Furono invece gli scafisti che spararono in più di un’occasione contro i militari italiani che non volevano restituire loro il barcone, che i nostri francescanamente avevano appena finito di svuotare dal suo carico di “disperati” dall’Africa.

Nel corso di molte estati particolarmente calde echeggiò il grido di guerra “Spariamo ai piromani!”. Ma successe invece che furono i piromani a sparare contro pompieri e Canadair (andate a verificare le cronache di quei giorni). Paradosso grottesco: oggi, nel disastro pirotecnico di quest’Italia in fiamme, quando un piromane viene preso sul fatto è messo agli arresti domiciliari. In un altro paese lo metterebbero subito in prigione, se non altro per evitargli il linciaggio.

Un grido di battaglia che per un certo tempo è echeggiato in diversi luoghi italiani, stravolti dal disordine e dal sudiciume, e teatro di continui borseggi, è stato: “Radiamo al suolo i campi Rom!”. Ma i Rom (non tutti, per carità, ma una minoranza molto dinamica e molto rappresentativa) hanno continuato a “radere” le tasche di italiani e turisti.

Inutile dire: le sparate all’italiana hanno le polveri bagnate. “Fanno fetecchia” come dicono a Napoli. In tutta Italia, noi lo sappiamo, “si parla per parlare”. Però queste sparate impressionano all’estero, dove noi godiamo fama d’individui pericolosi dal coltello e dal grilletto facile (siamo i “Soprano”). E oggi godiamo anche la fama di razzisti (…).

Queste chiamate alle armi, nella penisola – lo abbiamo visto – restano sempre lettera morta. Io trovo veramente patetica la virulenza verbale di un popolo, in gran parte superanziano e superpauroso, il quale ogni volta, nel momento del pericolo, brandisce con gesto impotente l’arma arrugginita e scarica del “T’aggia accirere!”.

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