Il dramma di Soter Mulè: colpa e disgrazia – di Simona Aiuti

A volte sembra che il destino sia in agguato, terribile e inarrestabile, e forse non sarà del tutto possibile capire cosa è davvero accaduto, e quali sentimenti hanno mosso le tre personalità che quell’undici settembre si accinsero a praticare del bondage in un garage della periferia romana. Quella notte una giovane è morta, andando incontro ahimè al suo destino, decidendo di compiere quelle pratiche assieme ad altri due attori, ed è palese che della propria vita poteva fare ciò che voleva. Nessuno ha il diritto di giudicare giovani e libere ragazze che hanno in borsa sex toys, e altre cose atte a procurare e procurarsi piacere e nessuno sa quale evento tragico possa nascondersi dietro l’angolo. Qualcuno ha alzato il sopracciglio davanti a pratiche di sesso estremo, tuttavia nella sessualità la libertà deve essere assoluta, e poi chi mette al corrente amici intimi e parenti dei propri istinti sensuali e delle proprie nascoste fantasie erotiche?

Soter Mulè, usando la tecnica dello shibari ha intrapreso la via di giochi erotici legati all’estetica, un’antica forma artistica di legatura giapponese divenuta col tempo una pratica sessuale estrema, che consiste nel legare più parti del corpo fino al collo, che comunque per sicurezza dovrebbe restare sempre libero.

Mulé non è un mostro, non lo si può definire tale, anzi è del tutto simile alla maggior parte degli uomini italiani, dopo tutto quella notte le ragazze hanno scelto di essere legate, e Soter è stato complice con esse di una gravissima imprudenza, quella di non avere a portata di mano una lama per tagliare le corde, anche se egli credeva il contrario, pensava d’averla nella borsa della ragazza che in pochi minuti se ne è andata per sempre, come se per un maledetto appuntamento con il fato, fosse scivolata via dal suo stesso corpo, addormentandosi e volando via.

Quella notte, la vittima era stata bloccata in posizione eretta, con piedi a terra, ma subito dopo essere stata legata, accusa un malore, perde i sensi, si accascia al suolo, e il peso del suo corpo mette in tensione le corde, comprese quelle intorno al collo dell’altra ragazza che rischia a sua volta di morire.

In pochi attimi si consuma la tragedia e l’ingegnere corre, cerca una lama, invoca aiuto, chiama i carabinieri, arriva l’ambulanza, ma è troppo tardi e l’angoscia e il senso di colpa lo avviluppano come in un bozzolo avvelenato, per qualcosa che mai al mondo avrebbe voluto fare.

Mulè è noto come una persona raffinata, colta, non certo un esaltato. Forse ossessionato dall’estetica, amante della fotografia, e sulla cui vita non c’è nulla che riconduca alla violenza, al sangue o al voler nuocere, specie a chi era legato da sincera amicizia. Soter, ragazzo perbene diplomato nell’istituto delle Religiose dell’Assunzione e poi laureato a Tor Vergata, collaborava con la Ceo & Founder, e quel lavoro l’ha perduto, come la serenità, così come per sempre l’hanno perduta i genitori della ragazza scomparsa e la rabbia di non capire perché.

Soter Mulè, un quarantenne come tanti, a cui il bondage e lo shibari dovevano aver agitato sentimenti e passioni, per gioco e per voglia d’esplorare. Lui che come nickname aveva scelto Kinbaku, che è l’altro modo di definire la tecnica giapponese di trarre orgasmi dalla legatura del corpo, del bondage, lui che ama i videogiochi e il Kung Fu, ora ha un’ombra sull’anima troppo grande.

Mulè non è un mostro, ma un uomo, e ha deciso di scrivere una lettera ai genitori della ragazza scomparsa che era sua cara amica, perché si sente responsabile, perché l’angoscia è schiacciante, per chiedere perdono e per mille altri motivi che solo chi è coinvolto in una disgrazia così grande può capire, anzi sentire, come un dolore sordo e persistente e pulsante, perché quella notte erano in tre, e intendevano solo giocare, sperimentare, forse fare del sesso, niente di più.

Nel web si è scatenato il becero massacro su chi non è morto, ma che essendo qui con tutto il peso del rimorso deve parare i colpi.

Il bondage è lontano dal comune vivere e sentire, pur essendo diffusissimo tra noi, tuttavia è auspicabile che verso Mulè si apra lo spiraglio della speranza.

L’ingegnere sta pagando, pagherà ancora una colpa che non sa spiegare. Egli con altre due donne quella notte andò incontro al destino, un destino beffardo e crudele, terribile, di non ritorno, non si possono cambiare le cose, ma solo affrontare il domani con coraggio e sperando nella clemenza degli “Dei” ispiratori di pace.

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