Il cappotto di Renzi – di Mario Galardi

Per noi che abbiamo avuto la sfortuna, o per meglio dire la fortuna – dal momento che siamo ancora qui -, di aver vissuto al tempo della guerra e della postguerra, l’incredibile cappotto sfoggiato da Renzi nel suo incontro con la Merkel, ci ha fatto tornare indietro con la memoria di una sessantina e piú di anni.

Dovete sapere che i cappotti che si indossavano allora, innanzitutto, erano di tessuto pesantissimo. Il fatto è che in inverno faceva un freddo cane, e non perchè non fosse stata ancora inventata la boiata del riscaldamento globale, ma solo perchè le case, i negozi e i locali pubblici, non disponevano certo di sistemi di riscaldamento come gli attuali, sempre che un riscaldamento l’avessero. A quel tempo, andando dal barbiere o in una sala di aspetto alla stazione, si rischiava di prendere l’influenza o almeno un raffreddore, e anche al cinema il cappotto (se il locale non era proprio strapieno e quindi riscaldato a fiato) lo si teneva indosso. E che cappotti si vedevano in giro! Spesso erano residuati dell’anteguerra, magari rivoltati una o due volte, e di colore indefinito tra il grigio, marrone o verdolino.

Ne esistevano di due tipi. Il primo era di misura troppo ristretta rispetto all’utente, il quale, essendo cresciuto oppure ingrassato all’insaputa del suo pluriennale indumento, ne metteva in pericolosa tensione i bottoni intorno alla vita. A meno che il prezioso cappotto, come invece altre volte accadeva, non fosse stato del secondo tipo, cioè che fosse stato in partenza di due taglie superiore alla reale necessità, nel qual caso dava l’aspetto di un attaccapanni all’inconsapevole proprietario, che pur con orgoglio se lo portava in giro.

Renzi a Berlino portava un cappotto del primo tipo. Dove l’abbia scovato non è dato sapere, ma era uno di quelli che stringono in vita e che, se ti siedi senza prima slacciarlo, corri il rischio di far cedere le cuciture, o peggio. E poi il capo era troppo corto. Vien da pensare che qualcuno glielo avesse prestato, e infatti il giovane e simpatico premier, probabilmente poco aduso al soprabito, non è stato neppure in grado di abbottonarlo correttamente.

Certo, per un rappresentante della nazione depositaria delle migliori tradizioni di eleganza e di qualità dei tessuti, nonchè ex-sindaco della città dell’antica arte della lana, la figura che ha fatto non è stata all’altezza. A meno che Renzi volesse portare un subliminale messaggio. Forse voleva tacitamente ricordare alla Merkel proprio i cappotti che abbiamo dovuto portare negli anni dopo la guerra, prima che ci riprendessimo dalle rovine e dalle ristrettezze che, oltre dalla nostra propria stoltezza, ci furono causate dallo sciagurato alleato e poi ex-alleato germanico. Se è così, dobbiamo dire bravo Renzi. Alla Merkel hai ricordato le responsabilità che hanno con noi. Se invece non ci sono significati subliminali, allora Renzi dia retta a noi. Regali il suo cappotto a qualche poveretto in procinto di partire per cercar fortuna all’estremo Nord, e si faccia un guardaroba dei migliori capi italiani. Anche senza ricorrere a una sartoria (Renzi non ci sembra il tipo) dei nomi più prestigiosi, in un buon negozio potrà sempre procurarsi un cappotto (o magari, crepi l’avarizia, anche due) confezionato con vera eleganza e con una delle pregiate stoffe che ci hanno resi famosi nel mondo. Così facendo, darà l’esempio e sarà un degno rappresentante del tanto acclamato made in Italy, che noi residenti all’estero sosteniamo sempre a spada tratta, ma di cui troppe volte in Italia, anche in alto loco, ci si riempie inutilmente la bocca.

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