I matrimoni interreligiosi e la laicità dello Stato – di Fabio Ghia

Nel caldo torrido di fine agosto, il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha parlato al popolo Ciellino sul tema “La Chiesa, un popolo che fa storia”, suscitando, come di consueto, grande interesse non solo dal punto di vista “richiamo alla fede cattolica e alle sue radici”, ma anche “contestualizzazione e imprescindibilità della fede nella natura dello Stato”, esprimendosi contro la naturale maturazione laica degli stati europei dovuta al continuo processo di secolarizzazione a cui è sottoposta la nostra cultura. Nel suo dotto quanto ampio intervento il Cardinal Bagnasco ha cercato di dare risposte concrete all’esigenza di continua espressione di fede dei cristiani e all’attualità delle radici religiose nel contesto sociale. Tutti argomenti interessantissimi, ma forse un po’ distanti dalla realtà.

Il Cardinale Bagnasco, infatti, non ha fatto il minimo cenno al grande problema del fenomeno migratorio, in particolare quello di matrice “islamica”, che negli ultimi decenni ha interessato sempre più l’Europa e di come questo stia interagendo sui mutamenti culturali della nostra società. Fa bene Bagnasco a ricordare che ognuno di noi (credenti) è parte integrante della “chiesa” ed è testimone e divulgatore della parola di Gesù, Dio incarnato in terra. Ma farebbe altrettanto bene a chiarire che l’Islam non solo è una religione (e in quanto tale va considerata e rispettata), ma è anche una cultura che fa capo a una civiltà. Civiltà tremendamente diversa dalla nostra. Nella concezione coranica, infatti, il profeta Maometto era capo religioso e capo dell’Islam (poi differenziatosi nei califfati). Uno stato si definisce per territorio (paesi musulmani), popolazione (musulmani) e ordinamento giuridico (shar’ia). L’Islam, dalla stragrande maggioranza dei musulmani, da un punto di vista norme morali è considerato al di sopra dell’ordinamento giuridico delle singole nazioni di appartenenza. Inoltre l’islam è una religione essenzialmente ‘libro-centrica’.

I musulmani dicono che il Qur’an è il Verbo Eterno di Dio, la parola immediata di Dio all’uomo. In altre parole, l’Islam pone l’accento con molta forza sul fatto che nel ricevere la “rivelazione” Muhammad era analfabeta – e pertanto completamente passivo; quindi quanto da lui riportato è il verbo di Dio al credente. Non esiste nell’Islam alcuna mediazione o interpretazione. Ciò che la chiesa è per i cristiani, la "umma" è per i musulmani, con la differenza che per i musulmani non esiste ministero ordinato o "gerarchia" ecclesiastica di riferimento. Infine, un dettaglio che non è da trascurare: a differenza del cristianesimo, che è incentrato su una dottrina di fede ("retta fede"), l’islam è una religione che si preoccupa principalmente di "ortoprassi", o retta pratica. È una religione della legge: la shar’ia. Da questi pochi, ma spero sufficienti, concetti ne discende che (purtroppo per noi) ogni musulmano, nel particolare dei problemi connessi con l’integrazione nel nuovo mondo che lo ospita, si sente in dovere di non poter prescindere dalla parola “rivelata” di Dio. Quindi, ai fini sociali il dettame coranico e i valori morali dettati dalla shar’ia sono destinati a prendere il sopravvento sinanco sull’ordinamento giuridico della nazione che lo ospita, soprattutto se si considera l’ambito musulmano della famiglia di appartenenza. E’ il caso del Mohazzin (tunisino) di Bergamo che ha pubblicamente giustificato un “marito” (pakistano di origine) per le ripetute violenze sulla moglie perché “sospettata” di infedeltà, o delle “botte” o le segregazioni imposte alle giovani figlie perché di “eccessivi costumi occidentali”, o figli di matrimoni misti con padre musulmano che immancabilmente (l’80% dei matrimoni interreligiosi) dopo alcuni anni vengono portati nei paesi di origine paterna e qui sono destinati a rimanere perché considerati musulmani e quindi figli dell’Islam, e tanti altri tristissimi casi della cronaca, ahimè,  di tutti i giorni.

In definitiva, la tendenza per i musulmani non è certamente quella della ricerca dell’integrazione al nuovo contesto sociale. Per l’Europa, è quindi la civiltà islamica che avanza inesorabilmente, sfruttando quale elemento di “penetrazione” sulle altre culture proprio l’elemento umano. Per evitare eccessivi squilibri con schemi sociali, propri della nostra cultura, in molti paesi europei l’ordinamento giuridico ha predisposto alcune leggi che comunque obbligano anche i più restii musulmani all’obbedienza della norma giuridica locale. In molti paesi (GE, FR, LU, DN, BE, ND ecc), oltre a leggi restrittive sulle consuetudini (es: l’uso del velo) e alla scuola dell’obbligo sin dall’asilo, la normativa prevede corsi di formazione per ricreare una “cultura civica” idonea alla convivenza pacifica e nel pieno rispetto del retaggio culturale proprio dell’”identità nazionale”. Ma si va ben oltre! La laicità dello Stato, ringraziando il Cielo, va anche a occupare quegli sventurati spazi che la Chiesa cattolica (in particolare) ha aperto con i matrimoni interreligiosi. In Francia, in particolare, si sta sempre più affermando il “contratto matrimoniale” tra le parti, a similitudine di quanto avviene nel mondo musulmano, con particolare riferimento alle pari responsabilità e opportunità di gestione in ambito familiare e la libertà di scelta dei minori, secondo quanto dettato della “Dichiarazione sui Diritti dell’Uomo”. In tal caso, anche per un eventuale divorzio (quasi sicuro per differente approccio culturale, se uno dei coniugi è musulmano), il “contratto” assumerebbe valore giuridico a livello internazionale e quindi impugnabile anche in caso di tentativi di “soprusi” dettati da motivi cultural-regiosi.

Eh sì, eccellenza Bagnasco, visto che la Chiesa con la politica dei matrimoni interreligiosi ha dimostrato che non è in grado di difendere le proprie radici cristiane e valori, quali la famiglia e la figura della donna nella società, sarebbe proprio auspicabile che anche in Italia si potesse accedere a livelli di laicità dello Stato tali da poter continuare ad affermare la nostra “identità nazionale”. 

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