I discorsi di Giorgio – di Carlo Di Stanislao

 Il lungo discorso che Giorgio Napolitano ha tenuto ieri al Quirinale, incontrando le alte cariche dello Stato per i tradizionali auguri di Natale, si indirizzava soprattutto ai politici, per invitarli a “compiere uno sforzo ulteriore” perché in Parlamento si continui compatti a dare appoggio al governo. Un governo che, secondo il Presidente della Repubblica, merita stima e sostegno, poiché sta affrontando, in modo serio, una crisi strutturale di enorme portata. Un intervento di 21 pagine che il Presidente della Repubblica ha letto scandendo ogni singola parola affinché nessun passaggio potesse essere frainteso o non sentito.  

Il leit motiv del discorso, che certo sarà centrale anche in quello agli italiani, fra pochi giorni, è stato che in un anno tra i più critici del nostro recente passato, che ha visto l’economia e il nostro debito vacillare sull’orlo del precipizio, è certamente motivo di consolazione constatare che le ragioni che ci tengono uniti sono di gran lunga superiori a quelle che ci separano. Alla Lega, come in passato, Napolitano ha detto di nuovo che la “Padania non esiste” ed è solo un’astrazione geografica, parlando senza mezzi termini di “artificiosità e vanità della predicazione secessionista”. Difende il suo operato, Napolitano, perché la via obbligata era affidare la formazione di un nuovo governo a una personalita’ fuori dalla mischia politica, gia’ sperimentata e di indubbia autorevolezza internazionale. E precisa che i ministri sono stati ”liberamente scelti dal presidente Monti e da lui proposti, come vuole l’art.92 della Costituzione”. Poi ha continuato dicendo che: ”Solo con grave leggerezza si puo’ parlare di sospensione della democrazia in un paese in cui nulla e’ stato scalfito”, reagendo con fermezza alle critiche di queste settimane, piovute soprattutto da parte della Lega e dell’Idv.

La sua ricostruzione e’ stata puntuale. Una grave crisi dell’Eurozona, che e’ ”ancora acuta e con preoccupanti incognite”, rischiava di travolgere l’Italia, occorrevano ”decisioni di emergenza”, la maggioranza di centrodestra era da tempo in ”difficolta’ di decisione e di iniziativa”, e una larga coalizione era impraticabile a causa del clima politico ”aspramente divisivo”. ”La crisi era a un punto limite e a me toccava solo registrare e seguire imparzialmente le reazioni delle forze in campo”, ha detto Napolitano. Ed ha spiegato di aver deciso di affidare l’incarico a Monti dopo che il premier Berlusconi ”si e’ risolto, con senso di responsabilità, a rassegnare le dimissioni”.

Secondo Marcello Sorgi, su La Stampa, se una data era da stabilire, nel lungo e incerto calendario della transizione italiana, per fissare la fine della Seconda Repubblica, ieri, 20 dicembre 2011, Napolitano l’ha segnata. E lo ha fatto con rigore, chiarezza e severità, che si richiedono in certi momenti, volendo di nuovo spiegare che non siamo di fronte a un passaggio contingente, a una parentesi che presto si chiuderà per tornare all’epoca precedente. La sfida che il Capo dello Stato ha riproposto ai partiti è quella che aveva lanciato all’inizio del suo mandato: cambiare la Costituzione, le regole, il sistema politico, uscire per sempre dal ventennio degli scontri gridaioli e della paralisi reciproca degli schieramenti avversari, per inaugurare, nella prossima legislatura, una vera alternanza, più simile a quelle che funzionano da tempo in molti paesi europei. Nel suo discorso, serio e di logica stringente, Napolitano ha anche proposta la nuova agenda al governo: riforme istituzionali e della seconda parte della Costituzione, dei regolamenti parlamentari e della legge elettorale, in modo da accedere ad una compiuta democrazia, in cui equità di diritti e di doveri e prospettive per il futuro siano le priorità su cui i politici dovrebbero essere chiamati a ragionare.

Lo scorso 3 dicembre il New York Times ha definito Napolitano “Re Giorgio”, che ha saputo orchestrare “uno dei più complessi trasferimenti politici dell’Italia del dopoguerra”,  diventando “un garante chiave della stabilità politica” in tempi di grande instabilità. “Una performance tanto più impressionante – proseguiva il quotidiano statunitense – dato che la presidenza italiana è largamente simbolica, senza poteri esecutivi”. L’ex alto dirigente di Botteghe oscure, il politico che l’allora segretario di Stato americano Henry Kissinger chiamava il suo “comunista preferito”, è riuscito a incarnare, nel mondo, un’Italia diversa, un Paese di virtù civiche a cui dare ancora fiducia. Il 16 scorso, alla Farnesina, nella  conferenza degli ambasciatori e dei  capimissione d’Italia in giro per il mondo, Napolitano è stato l’unico a offrire una visione d’insieme, dando davvero una “linea” alla diplomazia in un periodo di transizione, mentre viene guidata da una pattuglia di tecnici come Terzi, De Mistura e Dassù. Un discorso da lui accuratamente preparato e in cui ha avvertito che gli sforzi che l’Italia e l’Europa devono fare per raddrizzare la situazione economica rischiano di rimandare indietro ancora di più ogni tentativo della Ue di fare finalmente, con forza e coerenza, politica estera. Ma proprio in questo frangente, invece, i due primi obiettivi debbono essere, per Italia ed Europa, la proiezione balcanica e soprattutto la proiezione mediterranea dopo le “primavere arabe”. Inoltre, lamentando un “indebolimento” dell’azione politica verso i grandi paesi emergenti dell’Asia (innanzitutto Cina e India, totalmente abbandonati nell’ultimo decennio dall’ex premier Berlusconi) e di aver trascurato Africa e America Latina, due continenti in esplosione, in cui la presenza politica italiana davvero è stata evanescente, ha dimostrato che  lui è in grado, con lucidità, di dettare la linea da seguire sia in Italia che nei rapporti con l’estero, anche al di sopra della confusa e distratta linea europea. E grande vigore e respiro politico, lo ha dimostrato, ancora, nella stoccata, lucida e decisiva, che ha dedicato al rapporto con la Russia,  invocando da una parte un cambiamento rispetto alla ”personalizzazione” eccessivamente promiscua fra Putin e Berlusconi; ma, allo stesso tempo,insistendo nel dire che “il nostro intenso rapporto con la Russia non deve subire un affievolimento, salvo ogni opportuno aggiustamento e adeguamento in rapporto agli aspetti critici che stano emergendo negli ultimi tempi”. Oltre a questo, tutto il suo discorso, è stato un invito all’originalità, alla verità non trasfigurata dagli interessi della carriera o ai diktat della politica; un invito che soprattutto i giovani diplomatici hanno letto con speranza. Ed anche se non è chiaro come Terzi e Massolo sapranno adempiere alle “istruzioni” arrivate dal palazzo del Quirinale, anche quest’ultimo invito a dare spazio a vivacità, curiosità e indipendenza di pensiero, è stato molto forte e chiaro.

Dopo quel discorso e in molti passaggi di quello di ieri, sono in molti in Italia a pensare che poiché c’è nel nostro Paese un mucchio di gente che avrebbe idee, ma non può crescere ed evolversi professionalmente visto che si vede scavalcata da persone di nomina politica; forse questo governo di tecnici sostenuto da Naplitano, riuscirà a dare un segnale di cambiamento, valorizzando tante competenze interne che ci sono e sono misconosciute. E in tal senso è andato, sempre ieri, il discorso di Profumo dalla Gruber, sicché la nostra speranza si alimenta ogni giorno. Concludeva il New York Times il suo articolo scrivendo: “Ora gli italiani guardano a Napolitano perchè guidi la nave dello Stato con la sua tranquilla abilità, mentre Monti e la sua squadra di tecnocrati si assumono la difficile sfida di modernizzare la scricchiolante economia italiana.” E’ assolutamente questo il clima che ora si respira nel Paese o, almeno, nella sua parte migliore.

 

 

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