Gli italiani all’estero e il fraintendimento di sempre – di Diego Pascale

May 2004 --- Hands Holding Earth --- Image by © Matthias Kulka/zefa/Corbis

Credo di poter affermare di essere uno di quegli italiani all’estero che si possono definire "D.O.C.", essendo nato in Svizzera, da genitori assolutamente italiani, e residente da 15 anni in Gran Bretagna. Come molti cittadini, cerco di essere osservatore attento delle tematiche politiche e sociali della nostra amata patria sia nei suoi confini che al di fuori di essi. Quello che osservo da tanti anni è un sostanzioso fraintendimento comune tra i rappresentanti ufficiali dei cittadini italiani che risiedono in maniera stabile all’estero e soprattutto in Europa, e coloro che aspirano, in maniera del tutto legittima, ad ogni tornata elettorale, sempre in Europa, di rilevarne la responsabilità.

In Europa, come nel resto del mondo d’altra parte, da un lato ci sono gli eletti nel Parlamento italiano e nei vari organi rappresentativi. Dall’altro ci sono coloro che ambiscono legittimamente a prenderne il posto. Entrambi, a mio modesto ed umile parere, sono probabilmente vittime di una sostanziale ambiguità che è figlia e per certi versi madre del modo di intendere e volere la politica attuale. I primi sono approdati alla comunità degli italiani all’estero da poco tempo o addirittura non ne hanno fatto mai parte se non in occasione di tornate elettorali e passano la maggior parte del loro tempo nei patrii confini. I secondi, pur essendo nella maggior parte dei casi residenti realmente in uno dei Paesi europei, aspirano al posto dei primi con motivazioni senz’altro diverse ma con tecniche ed approcci del tutto simili. Entrambi sono espressione degli apparati dei partiti e non della esplicita volontà degli elettori.

I primi infatti vengono inviati per tempo da Roma e debitamente istruiti sulle tecniche di marketing elettorale. I secondi (quasi sempre imprenditori con importanti disponibilità economiche) invece si autoeleggono, con invidiabile prontezza di riflessi nella comprensione e nell’adattamento alle tattiche elettorali grazie al legame che hanno di solito gli esponenti poltici nazionali, sempre a Roma. Entrambi presentano cose già fatte e stabilite a tavolino in una delle tante belle città italiane, lontano dai cuori e dagli animi di quei concittadini che risiedono, ignari, a migliaia di chilometri di distanza. Tutto questo rappresenta il fraintendimento di fondo.

La rappresentatività e la democrazia, e le responsabilità che da esse derivano, sono questioni impegnative e dirimenti. E quando vediamo rappresentanze elette che nel loro mandato ignorano nei fatti e nella sostanza coloro che li hanno eletti, o auto-candidati e auto-rappresentanti di partiti nominati e vincenti in quanto al servizio del potere e non del popolo, la delusione è tanta.

In Gran Bretagna, per fare un esempio, i votanti si concentrano solo nei grandi centri (facilmente controllabili dalle strutture pre-costituite dei partiti con il sistema sopra descritto), raggiungendo, per ovvi motivi, misere percentuali di partecipazione al voto, con la dispersione di almeno il 65% dei voti possibili. Chi da sempre vive all’estero e ha messo da sempre a disposizione dei propri concittadini il proprio volontario contributo (come per esempio gli operatori dei patronati, gli agenti consolari, le associazioni del territorio) nei casi in cui sia adatto ad ambire ruoli di piu ampia responsabilità, viene raggirato con contentini di rito, del tipo Cavalierati di ogni sorta e piccole sovvenzioni di facciata, quasi sempre senza che il partito di riferimento ne sia a conoscenza. Ma la conseguenza più rilevante, e che meriterebbe una seria riflessione da parte di tutti, è che la democrazia e la rappresentatività sono nei fatti falsate e inique, con la conseguenza che il risultato sarà sempre lo stesso e cioè una distanza siderale dai veri interessi dei concittadini all’estero, per il semplice motivo che non li si conosce essendo gli elettori un’ampia minoranza e, cosa più grave, sempre gli stessi.

E’ senz’altro comodo, come sempre più spesso accade anche in Italia, ambire con il minimo sforzo al massimo dei risultati (cioè la tanto agognata elezione ) e probabilmente sarà anche legittimo, ma sarebbe molto più utile e meritorio considerare le doti di sensibilità e volontà, oltre che le capacità e l’esperienza, se si vogliono davvero risolvere le piccole e grandi questioni che interessano la vita quotidiana dei nostri concittadini all’estero.

La vera difficoltà sta nell’essere realmente in grado di interpretare le dinamiche sociali e costruire una concreta rappresentatività che abbia come fondamento il confronto di idee, di proposte e di dibattiti attraverso i quali proporre veri rappresentanti  portatori di possibili soluzioni. Se non si avrà il coraggio di fare questo, sarà ancora la vittoria del nulla.

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