Giuseppe Bertolucci addio: nel dna, l’amore per cinema e poesia

Strana la vita che ti chiede di fare i conti, anno dopo anno, successo dopo successo, con un padre inimitabile, un fratello maggiore amatissimo piu’ famoso di te, un desiderio di poesia e d’arte che si esprime e contraddice ogni volta. E’ il filo d’Arianna che Giuseppe Bertolucci, nato a Parma il 27 febbraio del ’47 e morto dopo una lunga malattia, ha provato a tessere, annodare, seguire per tutta la sua carriera.

E’ il secondogenito del poeta Attilio che gli trasmette la passione per la creativita’ e lo incoraggia prima a interessarsi di pittura, messa in scena, strutture del racconto e del verso. Solo un anno fa, nel suo diario autobiografico ‘Cose da dire: scritti, interventi, ritratti’, Giuseppe Bertolucci annotava: ‘L’unica cosa che conta e’ continuare a porsi delle domande, tante domande. Sara’ perche’, tra tutti i segni grafici che quotidianamente usiamo nella pratica della scrittura, il punto interrogativo – quel ricciolo magico che rimane sospeso nell’aria in fondo a una frase – e’ il piu’ elegante e l’unico che non chiude, ma spalanca le porte dell’ignoto e della sorpresa?’. E’ questa curiosita’ un po’ distaccata della vita lo scudo con cui il futuro regista protegge una personalita’ complessa, fin da giovane messa a confronto con lo straripante vitalismo espressivo del fratello Bernardo, che trova subito la sua strada, affianca Pasolini, debutta da regista, gli contende l’attenzione del padre.

Ha appena 23 anni quando debutta su un set, come aiuto regista. Ma il film e’ ‘Strategia del ragno’ (1970) e il regista e’ suo fratello, che lo fa anche comparire come attore. Giuseppe non sembrera’ mai soffrire del confronto, tanto e’ vero che collaborera’ (con Kim Arcalli) alla sceneggiatura di ‘Novecento’ e poi ‘La luna’; ma in parallelo cerca una cifra propria, antinaturalistica, grottesca, paradossale, tanto quanto l’arte di Bernardo mette radici nel melodramma e nella cultura padana.

Ciascuno dei fratelli Bertolucci assorbe la sua parte della lezione paterna: l’epica per Bernardo, la sperimentazione per Giuseppe. I suoi primi passi da solo li compie gia’ nel 1971 con il mediometraggio ‘I poveri muoiono prima’, ma dovra’ aspettare il ’75 per avere la grande occasione: scrive un monologo teatrale, ‘Cioni Mario’, per uno sconosciuto comico toscano. Ma il debutto di Roberto Benigni e’ subito un caso: la versione tv ‘Televacca’ e’ un fenomeno di culto, due anni dopo il sodalizio si conferma con il film ‘Berlinguer ti voglio bene’.

Sembrerebbe la svolta, tanto piu’ che i due si capiscono al volo e continueranno a collaborare in ‘Effetti personali’, ‘Tuttobenigni’, ‘Tu mi turbi’ e ‘Non ci resta che piangere’ spesso con Benigni davanti e dietro la cinepresa. Invece Giuseppe in qualche modo si ritrae, cerca occasioni diverse per esprimere il suo mondo poetico. Ci arrivera’ nel 1980 con il suo ‘Oggetti smarriti’, grottesco e poetico road movie fra treni e aerei con Mariangela Melato e Bruno Ganz che si sperdono in un impalpabile confine tra Roma, Milano e la Svizzera. L’idea che le persone e le cose sono appunto ‘oggetti smarriti’ diverra’ una cifra espressiva cesellata attraverso opere come ‘Panni sporchi’, ‘Segreti segreti’, ‘Strana la vita’, tutti girati tra l’80 e l’87 in un’ansia di esprimersi che mette in scena l’eterno femminino, l’attualita’ (la politica e il terrorismo), l’incertezza affettiva, la distanza tra finzione e realta’. Ne saranno efficace sintesi due dei suoi film piu’ riusciti, ‘Amori in corso’ e ‘Il dolce rumore della vita’ girati a dieci anni esatti di distanza l’uno dall’altro, nel 1989 e nel 1999.

Giuseppe Bertolucci si conferma eccellente direttore d’attrici (Lina Sastri, Lea Massari, Alida Valli, Stefania Sandrelli, Francesca Neri, Rosalinda Celentano, Giulia Boschi), da tutte amato, e instancabile talent scout. Dopo Benigni, e’ la volta di Sabina Guzzanti che nel 1994 e’ la protagonista di ‘Troppo sole’ ma che Giuseppe aveva scovato gia’ nell’88 su set del suo ‘I cammelli’ ideato insieme all’amica Laura Betti. Intanto il mito di Pasolini scava sempre nell’inconscio dell’autore: a lui dedica riflessioni critiche, monologhi teatrali, documentari e, da Presidente della Cineteca di Bologna, anche un lavoro di recupero filologico come la versione restaurata di ‘La Rabbia’ per la quale collabora con Carlo Di Carlo.

Sono gli anni in cui Giuseppe Bertolucci riscopre i legami profondi con la sua terra, tanto da accettare nel 1991 di collaborare al film collettivo ‘La domenica specialmente’ dai soggetti del romagnolo Tonino Guerra e poi al film-poema ‘La camera da letto’, diretto nel 1992 da Stefano Consiglio e dedicato all’opera e alla figura di Attilio Bertolucci.

Malato da tempo, ironico sulla sua sfortuna e sui percorsi di una vita artistica, Giuseppe aveva scelto di passare gli ultimi mesi della vita al sole della Puglia, nel paesino di Diso, in fondo al Salento. Da li’ aveva seguito il ritorno al cinema del fratello Bernardo, da li’ aveva dato gli ultimi consigli per la sua amatissima Cineteca di Bologna, da poco diventata Fondazione autonoma. Era grande e robusto, Giuseppe, ma aveva il cuore timido e il pudore segreto di un bambino diventato poeta. Lo si ricorda con i suoi occhi ironici, la parlata sorniona, il pudore innato e il desiderio costante di stupire: lui l’antinarrativo del cinema italiano che aveva sempre saputo navigare aggirandole tra le secche del naturalismo e della commedia, del melodramma e della farsa.

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