Giro d’Italia, Gimondi: Da noi mancano specialisti gare a tappe

Se la critica arriva da uno dei cinque corridori che, nell’arco della propria carriera e’ riuscito a vincere Giro d’Italia (1967, 1969 e 1976), Tour de France (1965) e Vuelta di Spagna (1968), le corse a tappe che contano, se non al pessismo, deve allora indurre quantomeno alla riflessione.

Felice Gimondi, che il prossimo 29 settembre compira’ 70 anni, e’ ormai uno dei venerabili del ciclismo mondiale. Ma, cosa che ancor piu’ conta, e’ stato un campione, che si e’ nutrito di gloria, perche’ protagonista di imprese eroiche ‘come non ce ne sono piu”, dice. Al termine del 95/o Giro ciclistico d’Italia, il primo dopo 17 anni senza un italiano sul podio, il bergamasco (e’ nato a Serina) non le manda certo a dire.

Il fallimento dell’Italbici e’ davanti agli occhi di tutti e, prima dei processi, a una manciata di settimane dalle Olimpiadi di Londra, Gimondi pone una domanda che sa tanto di accusa. ‘Ma dove sono finiti i grandi?’. Gia’, dove? Resta il bello del ciclismo, ‘perche’ la corsa rosa che si e’ conclusa ieri e’ stata avvincente, poiche’ ci ha tenuti fino alla fine con il fiato sospeso e si e’ decisa per soli 16 secondi’, aggiunge.

Gimondi sostiene che avrebbero dovuto assegnare due maglie rosa. ‘Una – dice – se l’e’ presa con merito il canadese Ryder Hesjedal, ma anche Joaquin Rodriguez meritava di indossarla a Milano’. I problemi, pero’, sono altri. ‘Il ciclismo e’ cambiato – ammette l’ex paladino della Salvarani, della Bianchi e della Nazionale azzurra (fu iridato su strada a Barcellona nel 1973, imponendosi allo sprint) – non si vedono piu’ corridori disposti a partecipare a tutte le gare: si sceglie, a inizio stagione, e si stila un programma. Ai miei tempi cercavamo di partecipare a tutte le gare’.

Senza italiani sul podio, dove invece sono saliti nell’ordine Hesjedal, Rodriguez e il belga Thomas De Gendt, resta l’amaro in bocca per quello che poteva essere e non e’ stato. ‘Scarponi, che alla fine si e’ dovuto accontentare del quarto posto – sottolinea Gimondi – e’ stato l’unico ad aver provato a trovare un posto fra i primi tre. Basso mi ha deluso, perche’ ha fatto lavorare tantissimo la ‘sua’ Liquigas, facendo spremere Valerio Agnoli e Damiano Caruso, ma alla fine non e’ riuscito a incidere sulla classifica generale’.

Sulla scarsa presenza di big, alcuni dei quali hanno scelto la strada che portava al concomitante Giro della California, mentre altri (come Vincenzo Nibali, Andy Schleck, Cadel Evans) si sono risparmiati per il Tour de France, Gimondi ha una sua idea. ‘Cosa si va a fare in California? Il Giro e’ un’altra cosa, e’ una corsa intrisa di storia. Sono i corridori e i loro tecnici a scegliere: se al Giro non vanno di chi e’ la colpa?’.

L’ultimo pensiero e’ per il vincitore del Giro, Ryder Hesjedal, che a quasi 32 anni si e’ scoperto campione. ‘Beh, dovrebbe dare i premi alla Liquigas, che ha lavorato per lui, ha fatto il suo gioco – conclude Gimondi -. Personalmente l’ho molto apprezzato sull’Alpe di Pampeago, dove di fatto ha costruito il proprio destino. Sullo Stelvio ha cercato di limitare i danni, sicuro che a cronometro avrebbe poi vinto’.

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