Giornalisti, E’ morta Miriam Maffai – di Carlo Di Stanislao

Era una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano. Attenta osservatrice dei cambiamenti della politica e della società del nostro Paese, ha scritto molti saggi sulla politica e la storia del costume.

Ha vinto il Premio Cimitile, nel 1996, con l’opera “Botteghe oscure addio” ed il Premio Montanelli, nel 2005, per la sua attività votata allo sviluppo della cultura italiana del ‘900, con particolare attenzione al mondo femminile.

Veniva chiamata “la ragazza rossa”, eppure non è mai stata una comunista organica, ovvero una ubbidiente cellula del partito. Ha scritto con impegno e con penna raffinata, raccontando gli uomini e le donne che hanno cambiato il volto della società italiana. Miriam Maffai aveva 86 anni, nata  da due grandi pittori ed intellettuali, Mario Mafai e Antonietta Raphael, a Firenze, il 2 febbraio del 1926.

Attiva nell’opposizione al fascismo e nella Resistenza, una volta finito il regime,  divenne funzionario del Pci. Il partito la mandò in Abruzzo e, nel 1948, sposò Umberto Scalia, anche lui uomo di partito designato ad occuparsi di affari internazionali. Hanno due figli: il primo, Luciano, destinato a diventare un dirigente sindacale; la seconda, Sara, che diventerà giornalista come lei.

Dopo la Liberazione ha continuato la sua attività politica e dal 1951 al 1956 è stata assessore al Comune di Pescara. Nel 1957 la famiglia Scalia si trasferisce a Parigi, dove Umberto è in missione per il Pci. Ed è lì che avviene il debutto di Miriam nel giornalismo: Maria Antonietta Macciocchi, con cui ha lavorato durante la Resistenza, la fa diventare corrispondente di “Vie nuove”, altra storica pubblicazione della sinistra di quei tempi, fondata da Luigi Longo.

Un anno dopo, il ritorno a Roma dove Mafai entra nell’Unità e nel 1961 ne diventa redattore parlamentare, cominciando così quella grande consuetudine con il mondo politico di cui per tantissimi anni si occuperà.

Nel ’62 si lega a Giancarlo Pajetta,  il partigiano “Nullo”, uno fra i più importanti esponenti del Partito Comunista Italiano e la loro unione dura trenta anni.

Lo racconterà lei stessa – è stato “l’unico amore” della mia vita, dirà, un  connubio fondato  su una reciproca autonomia, rara per quei tempi e forse anche oggi: “Ci siamo voluti molto bene Giancarlo ed io, ma – rivelerà – non abbiamo mai sacrificato pezzi della nostra esistenza”.

Nota anche la sua  citazione fulminante, che meglio di altre ne descrive il carattere: “Tra un weekend di passione con il mio Pajetta e un’inchiesta io preferirò sempre, deciderò sempre per la seconda”. Parole che raccontano una donna che ha sempre vissuto appieno, dimostrando gran carattere, decidendo autonomamente di volta in volta le sue priorità, in un gioco fatto di equilibri fra ragione e cuore, entrambi presenti, in cui però la testa ha avuto un ruolo fondamentale.

Il suo compagno morirà la notte tra il 13 e 14 settembre del 1990,  a 79 anni,  senza un rumore, ancora vestito, dopo una sera spesa ancora una volta tra i militanti comunisti, dopo decenni di battaglie vissute da protagonista, scanditi dalle sue polemiche, segnati dalle sue battute. A trovarlo sarà Miriam: avevano trascorso la serata insieme, prima di dividersi, per la notte, nelle due stanze gemelle affacciate sul corridoio di casa.

Qualche anno dopo, nel 1994, Miriam si candiderà come deputata per il Pds, ma lascerà un anno più tardi, commentando: “Una cosa è dare le noccioline alle scimmie e una cosa trovarti dentro la gabbia delle scimmie”.

“Diario italiano 1976-2006”, “Dimenticare Berlinguer”,  “La Sinistra italiana e la tradizione comunista” e “Botteghe oscure”, sono i suoi libri più belli, con un’analisi lucida e spesso impietosa della sinistra italiana.

Scomoda, polemica, sempre intelligente e acuta, editorialista de La Repubblica, la Maffai è morta il giorno di Pasqua: una pura coincidenza per una che si è sempre dichiarata atea.

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