Gioco d’azzardo, un affare di Stato legalizzato

Un giocatore su 100 è depresso, un giocatore su 7 – il 14% dei giocatori - pensa al suicidio. Italiani giocatori: Italia primo Paese in Europa e terzo nel mondo

Nel 1992 ebbe inizio il mio mestiere di croupier, quando il gioco d’azzardo era ancora sinonimo di piacevole divertimento. Purtroppo a distanza di venticinque anni è diventato un “affare di Stato”, i dati degli ultimi anni dimostrano che il malcostume va di moda e a farne le spese sono gli italiani che risultano essere i primi in Europa e terzi nel mondo. Il 70% dei miei concittadini maggiorenni ha giocato d’azzardo almeno una volta negli ultimi mesi.

Lo Stato lo sa e non interviene con la dovuta attenzione. Lo sa perché sia nel 2015 che nel 2016 le leggi di Stabilità hanno stanziato 50 milioni di euro per la prevenzione, la cura e la riabilitazione dei giocatori patologici; ma non interviene perché la liberalizzazione dei giochi a scopo di lucro va inesorabilmente avanti.

Il 2% della popolazione è afflitta da una vera e propria patologia, alimentata dai gratta e vinci, dal lotto, dal superenalotto, dalle scommesse sportive, dai giochi online, dalle sale slot e negli ultimi anni dalle VLT – Video Lottery Terminal – che suppongono vincite fino a 500.000 euro. La crisi economica invoglia a scommettere pur di salvarsi dal vortice della povertà dilagante. I giochi stanno distruggendo tantissime famiglie italiane e milioni di giovani sprovveduti.

Un giocatore su 100 è depresso, un giocatore su 7 – il 14% dei giocatori – pensa al suicidio, mentre tra lecito e illecito, il gioco d’azzardo rappresenta la terza impresa dello Stato con un paragone in punti percentuali pari al 5% del PIL.

Tra il 2012 e il 2015 sono stati 35 i miliardi prelevati dalle tasche dei cittadini, nel 2016 sono 9,8 i miliardi entrati nell’erario, mentre i suicidi aumentano, i giocatori patologici dilagano, i procacciatori di denaro da prestare sorridono e lo Stato resta a guardare come il popolo si rovina senza intervenire con la dovuta ragionevolezza e autorità.

A Genova il sospetto del gioco d’azzardo dietro il massacro di una famiglia, in Campania un 19enne si è suicidato mentre in Veneto sono dieci i suicidi accertati negli ultimi anni per lo stesso motivo, questi alcuni dati macabri di quello che inizia come gioco e finisce essere un bollettino funebre senza fine.

I dati parlano chiaro, l’Italia è il primo Paese in Europa e il terzo al mondo, una vera piaga sociale legalizzata in continuo aumento, mentre chi cerca di intervenire con regole nuove che potrebbero riportare il gioco al suo sinonimo di divertimento non viene ascoltato; probabilmente gli interessi in gioco sono così alti che la ragionevole consapevolezza di un dramma da affrontare passa in secondo piano rispetto agli stessi interessi personali di chi il gioco d’azzardo non solo lo permette ma lo promuove e agevola con continuità e disinvoltura.

La distanza tra normalità e patologia è un muro sottile come la carta da parati, basta appoggiarsi anche distrattamente per oltrepassare il limite oltre il quale ritornare a condurre una vita decorosa e dignitosa è impossibile, anche per chi crede di avere un forte autocontrollo ma che finisce per abboccare all’amo della dipendenza in poco tempo.

Intervenire al più presto è un obbligo morale e sociale, permettere alla domanda e all’offerta di interagire attraverso nuovi regolamenti, che se da un lato mirano a ridurre il volume scommesso oltre i limiti personali del giocatore dall’altro eviteranno che le conseguenze devastanti in termini sociali, economici e familiari diventino il cancro più pericoloso della società italiana, un male invisibile all’occhio umano fino a che non è troppo tardi per curarlo nell’interesse collettivo e personale di ogni singolo giocatore.

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