Gianfranco Fini convince Letizia Moratti. Una vergognosa defezione – di Andrea Di Bella

Solo pochi mesi fa, i terzopolisti in campagna elettorale a Milano intendevano "dare un segno di discontinuità e rimarcare il fallimento della sua amministrazione". Oggi attuano una miserabile campagna acquisti. Era del tutto prevedibile. Gianfranco Fini, dopo l’allontanamento più che giustificato dal Popolo della Libertà, ha giocato sul campo della scorrettezza istituzionale quasi quotidianamente, dall’alto del suo incarico che impone terzietà, e allo stesso tempo dal basso della sua più che modesta leadership di partito.

Il nome è di quelli eccellenti, e fa da incredibile eco agli altri due. L’ultima è Letizia Moratti, ex sindaco del capoluogo lombardo ed esponente di punta di Forza Italia prima e del Popolo della Libertà poi. Le precedenti fuoriuscite quelle di Gabriella Carlucci e Stefania Craxi, quest’ultima almeno dignitosamente passata al gruppo misto. Per le altre due (Moratti e Carlucci), nessuno ha mai ipotizzato una compravendita di parlamentari, niente di sospetto, mentre la Magistratura anche qui dovrebbe accertare la situazione, e non solo tra i banchi azzurri dell’arco parlamentare.

La Carlucci è passata al partito di Pierferdinando Casini, che da quando Silvio Berlusconi ha lasciato Palazzo Chigi ha reiniziato il suo lavorio parlamentare. Nessun dubbio, infatti, quando al momento dell’ingresso dell’ex berlusconiana di ferro sorella della nota conduttrice Rai, è arrivata la nomina come nuovo Responsabile del Dipartimento Cultura e Spettacolo dell’Udc. Stessa cosa per la Moratti, le cui voci più influenti parlano di un serio e organico ingresso in Futuro e Libertà, il mini-partito del Presidente della Camera dei Deputati.

Se per Craxi e Carlucci la consolazione è quella di non averle mai avute dirette amministratrici del centrodestra targato Pdl, Letizia Moratti delude invece politicamente perfino chi di politica ne mastica poco e niente. Ingrata, si direbbe. La donna della candidatura indipendente che dinanzi al Duomo di Milano, due anni fa, insieme ad un Berlusconi ferito al volto pochi minuti dopo, lanciava il tesseramento del più grande partito del centrodestra. Lei, la tessera numero uno. Il suo allontanarsi dal partito del Cavaliere Io si intende come un atto vile e indicativo della pura e semplice irriconoscenza ad una compagine politica che è sì in crisi, ma che è pur sempre quella a cui l’ex sindaco di Milano deve tutta la sua popolarità e successo elettorale. Una deludente parentesi, che qualifica i futuristi come anche i politici direttamente interessati. Un "libera tutti" post-Silvio che infanga il senso stesso di appartenenza e militanza politica.

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