Giampaolo Pansa e gli akkulturati – di Leonardo Cecca

Nel nostro amato paese sta accadendo qualcosa di strano, qualcosa che lascia stupefatti e che fa sorgere il sospetto sempre più concreto che coloro che sono usciti "vittoriosi" dalla guerra civile abbiano qualcosa sulla coscienza che pesa come una montagna e non hanno il coraggio e dovere civile di confessare. Fino a qualche decennio fa tutti credevano alla figura del partigiano quale valoroso soldato tutto amor patrio e sprezzo del pericolo pur di liberare l’Italia dal giogo nazifasciasta. Qualcosa è cominciato ad incrinarsi, soprattutto per l’arroganza e la spregiudicatezza con le quali viene negato il revisionismo, e l’ottusità è tale che chi dovrebbe farlo non si accorge che esso è già in atto poichè, oltre agli "akkulturati", in Italia ci sono anche i benpensanti i quali avvertendo molte incongruità cercano di documentarsi.

Sono un profondo estimatore dello scrittore Giampaolo Pansa che, pur se è passato da giornali di matrice diversa, mai si è genuflesso al volere politico e credo che la sua penna non abbia mai scritto il falso ed i suoi libri ne sono un esempio inequivocabile. Con linguaggio semplice, ovviamene rivolgendosi ai non akkulturati non potrebbe essere forbito e salottiero, racconta con dovizia di particolari (date, nomi di persone e località) episodi semplicemente vergognosi per la disumana ferocia che "galantuomini" in abito civile, in pieno spregio alle norme internazionali vigenti circa la figura del combattente ed a quelle civili alle quali chiunque si "dovrebbe" attenere, commettevano, in particolar modo in montagna, in posti isolati e ove era difficoltoso respingerli, anche perchè a volte si mescolavano tra i civili. Esempio di coraggio o di codardia?

Orbene, considerato che quanto scritto da Pansa corrisponde a delle vere atrocità, viene da chiedersi come mai fino ad oggi l’unico "impiccio" che ha avuto è stato quello di essere stato estromesso dai salotti chic e di essere tacciato come infame da chi infame invece è? Mai una denuncia per falso e/o per diffamazione e mai che un magistrato l’abbia tirato giù dal letto durante la notte. L’unica ed inequivocabile deduzione è che Pansa, da persona e scrittore onesto, scrive il vero e non quello che un partito e/o i giornali di partito impongono.

Voglio menzionare un piccolo fatto personale, anni or sono, riferendomi al libro di Pansa "I vinti non dimenticano" scrissi quattro righe su un quotidiano locale di Piacenza in merito al mattatoio lager di Bogli, stalle ove venivano internati i prigionieri fascisti che poi venivano torturati ed uccisi. Bogli è una località nel comune di Ottone a circa 50 Km da Bettola patria di Bersani e circa 75 da Piacenza e mai ricordata quando si commemorano i caduti. Che vergogna! Come volevasi dimostrare, nessun piacentino mostrò risentimento e/o si "incazzò" e se lo fece se lo tenne ben dentro, magari fischiettando.

C’è da chiedersi come sia possibile che in un paese che si vuol definire civile si possa continuare con questo gioco fatto, quando va bene, di mezze verità, di silenzi o addirittura di assolute menzogne . Possibile che dopo 70 anni la nostra democrazia  si debba basare su fondamenta non di argilla ma addirittura di sabbia? Chiudo riportando una frase tratta da "I vinti non dimenticano": "Lo scopo dei miei libri sulla guerra civile è gettare una piccola luce su tante tragedie che la storiografia rossa rifiuta di considerare. Il mio revisionismo consiste soltanto in questo scrivere le pagine che tanti politici e tanti accademici di sinistra volevano che restassero bianche". E’ noto che la storia viene scritta dai vincitori, ma dignità, moralità ed obiettività sono doverose.

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