Gheddafi, Morto in battaglia – di Carlo Di Stanislao

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E’ morto in battaglia, con le armi in pugno, senza tentare mediazioni, così come si conviene ad uno che paura non ha mai avuto e, anche se in modo folle e dispotico, ha creduto per primo nel suo stesso mito. Tutte le agenzie battono la morte di Gheddafi, su una strada che aveva percorso mille volte, fin da ragazzo, quando la famiglia, dalla tenda della città di Sirte, lo aveva incoraggiato a proseguire gli studi, prima nel liceo di Sebha e poi proprio a Misurata, dove era uno degli allievi più brillanti, una sorta di capopopolo imberbe che incitava i compagni a seguire l’esempio di Nasser e della sua rivoluzione.

E’ stato protetto dai tuareg per oltre un mese e non ha voluto, neanche quando tutto era perduto, tentare negoziati per aver salva la vita. E anche prima, in vita, era molto diverso dagli altri tiranni del Maghreb.

Ultimo figlio di una famiglia di Beduini, è cresciuto con il mito del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser e il suo sogno è sempre stato quello di promuovere l’unità araba. Dopo la laurea, nel 1965 andò in Gran Bretagna per seguire un corso al collegio dell’esercito. Rientrò in patria nel 1966 come ufficiale. Salì al potere perché fu la guida ideologica del colpo di stato militare che il 1º settembre 1969 portò alla caduta della monarchia (accusata di essere filo-occidentale) del re Idris I. Riaprì subito il contenzioso con l’Italia sul passato coloniale confiscando i beni degli italiani e espellendo gli italo-libici. Negli anni ottanta la sua ideologia anti-israeliana e anti-americana lo portò a sostenere gruppi terroristici, dall’IRA irlandese al Settembre Nero palestinese.

Accusato dall’Intelligence statunitense di essere l’organizzatore di attentati in Sicilia, Scozia e Francia, fu responsabile del lancio di due missili SS-1 Scud (caduti in acqua) contro il territorio italiano di Lampedusa, come rappresaglia per il bombardamento della Libia da parte degli Stati Uniti. 

Nemico numero uno degli Stati Uniti d’America fu vittima, il 15 aprile 1986, del blitz militare voluto da Ronald Reagan, disposto nonostante la Libia continuasse a esportare oltre il 40 per cento del proprio petrolio verso gli Usa: un massiccio bombardamento ferì la figlia, ma lo lasciò indenne. Fu l’allora primo ministro italiano Bettino Craxi, che lo informò delle intenzioni americane, a consentirgli la fuga.

Con la sua morte, ora, si seppellisce definitivamente un regime oppressivo e tirannico, ma si aprono nuovi, inquietanti interrogativi su un Paese con molti problemi e precaria stabilità tribale. Entro un mese dovrebbe insediarsi un altro governo al posto del Consiglio nazionale transitorio rappresentativo, con il rischio di assistere ad una escalation del fondamentalismo islamico. Inoltre, ciò che è certo, è che l’ Europa ha perso l’ennesima occasione per porsi come interlocutore di pace. Gheddafi è stato un tiranno e su questo non si hanno dubbi, ma è stato un tiranno che per anni è andato a braccetto con i potenti della terra, legittimato a livello internazionale e corteggiato da diversi governi. Ora che nella scacchiera internazionale sono cambiate le pedine, ora che la situazione è propizia, l’occidente lancia i suoi dadi e muove le sue torri. I paesi arabi non si traducono solamente in petrolio e gas. Tunisia ed Egitto insegnano che il popolo può riprendere il mano il suo destino, indipendentemente dal volere della Nato.

Tornando alle incognite del dopo-Gheddafi, Alessandro Aruffo nel recentissimo saggio “Gheddafi”, edito da Castelvecchi, dice che i problemi principali derivano dalla composizione stessa degli oppositori del rais che ora, con la sua morte, hanno definitivamente vinto. Si tratta, infatti, di un eterogeneo schieramento, i cui protagonisti sociali appartengono a settori di piccola e media borghesia commerciale, intellettuale e professionale. E il loro nazionalismo, dalle molteplici sfaccettature, incrocia il tradizionalismo religioso espresso dalla Fratellanza musulmana e dal danismo di marca senussita. Non va poi ignorato il peso politico-consuetudinario della moschea e della predicazione degli imam. A sua volta, il nazionalismo antiautocratico di settori militari convive in maniera contraddittoria con la presenza fra gli oppositori di ex-membri del regime, la cui fisionomia politico-ideologica resta da decifrare. Basti pensare a Mustafa Abdul Jalil, attuale leader del Consiglio provvisorio insediato a Bengasi e membro della Confraternita dei Senussi, che fino al febbraio 2010 è stato ministro della Giustizia, prima di essere inserito da Amnesty International nella lista dei violatori dei diritti umani. A sua volta, il generale Fatah Younis – a suo tempo capo della famigerata polizia politica – rappresenta l’ala militare disposta a sostituire Gheddafi. Anche Moussa Koussa, ex-capo dei servizi segreti (1994-2009) ed ex-ministro degli Esteri – fuggito a Londra dopo l’inizio dei bombardamenti NATO – presenta un curriculum di tutto rispetto. È stato il collegamento della CIA in Libia, sospettato di coinvolgimento nell’attentato di Lockerbie del 1988 e coinvolto nell’uccisione di dissidenti in esilio. Di contro, ha sostenuto l’abbandono del programma volto alla fabbricazione di armi di distruzione di massa e si è impegnato nella lotta al terrorismo. Stando così le cose, rimangono comunque seri dubbi sulla sua sincerità e affidabilità democratica.

Non va trascurata – seppur minoritaria – neanche l’opposizione jihadista in Cirenaica, che ha fornito combattenti in Afghanistan e in Iraq. Tra i ribelli di Bengasi non mancano democratici autentici e convinti «rivoluzionari» della cui incidenza politica poco si può dire al momento.

In questo indefinito fronte di opposizione è riemersa la retribalizzazione della politica di un Paese dove l’appartenenza alla tribù risulta elemento qualificante di fedeltà e canale obbligato di passaggio nella ripartizione del potere e della ricchezza.

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