Fuga di clienti, casinò in perdita – di Franco Esposito

In Italia perdono anche i casinò, svuotati dalla crisi e dalla concorrenza delle nuove sale da gioco. Piangono roulette e blackjack, i clienti ricchi evitano ormai di farsi vedere intorno ai tavoli verdi. La pallina ha smesso di girare, nulla è più come prima. Nei casinò d’Italia risuona sempre meno l’invito classico: "Fate il vostro gioco". L’invito ora è flebile, i quattro grandi casinò italiani accusano buchi milionari. Il banco sta saltando, è come se si fosse inceppata la roulette. Comune disastro è documentato dall’inchiesta condotta da "La Repubblica". Il crack al Casinò: abbia il coraggio di alzare il dito chi l’aveva previsto. Imprevedibile negativo andazzo presenta questi numeri: 50 milioni di euro la flessione maturata nei primi nove mesi del 2012; 80 milioni la perdita stimata per la fine di quest’anno; 210 dipendenti in esubero. I croupier hanno già inscenato le prime proteste, a tutela di un posto di lavoro diventato improbabile.

Il buio al casinò, è notte fonda a quello di Campione d’Italia, enclave italiana in terra di Svizzera. Il più grande casinò d’Europa. Un’autentica cattedrale del gioco non più frequentata come una volta, in crisi irreversibile. Campione come Sanremo, Venezia e St. Vincent, sorpresi da un’esistenza grama sotto l’attacco delle sale e dei nuovi giochi, rimpiccioliti da anni di politiche sbagliate e clientelari e, infine, spinti nel vortice della crisi dalla tracciabilità monetaria. In Italia il limite di spesa in contanti è di 1.000 euro; 10.000 in Francia. Quindicimila in Slovenia, addirittura nessun limite in Austria: i nuovi paradisi del gioco, non a caso tuttora insensibili alla crisi. A Campione, in novantacinque anni di storia, la pallina non aveva mai smesso di girare. Il buco di Campione? 40 milioni. In mezzo anche a sperperi non giustificabili: le segretarie guadagnano 6.000 euro al mese, a fronte di 210 posti di lavoro a rischio su 690. Le assunzioni politiche hanno appesantito la situazione, qua e là, rendendola alla fine ingestibile.

A Campione come a Sanremo, le spie più evidenti del crack. Da qualche parte, si chiede l’intervento del Governo. I casinò italiani sono di proprietà dei comuni in cui risiedono. E quando non lo sono, le amministrazioni cittadine hanno incidenza (soprattutto economica) sulla gestione. A Sanremo la città è azionista al 99,6 per cento: i dirigenti sono stati sfiduciati e al nuovo cda è stato chiesto di provvedere con una robusta sforbiciata. A patto però che non sia toccato l’organico. Appare di conseguenza inattuale lo slogan appiccicato sulla pelle della cittadina di Campione d’Italia. "La fortuna bacia a Campione". Ma anche lì il piatto piange, in cassa non c’è una lira. E la comunità vive da sempre esclusivamente sugli incassi della casa da gioco, ogni giorno meno ricchi e più magri. Campione rischia di doversi mettere a stecchetto. Mentre nella Svizzera che la circonda interamente, nel raggio di dieci chilometri, ci sono sale che non si preoccupano di rispettare le norme europee e italiane in materia monetaria.

Si spopolano i casinò in Italia. Impoverite le quattro sale dal problema del denaro contante e dei giochi online. Una malattia, questa, che ha preso di brutto gli italiani. Imponente è infatti la crescita delle partite sul web: 3.765 nel 2009, circa 8.500 nel 2011, fino a novembre. In soldoni, si registra un incremento del 75%. Mai sufficientemente maledette le slot machine, che svuotano le tasche degli italiani. Ma non solo: anche i casinò ne patiscono esistenza e invadenza. Le slot si prendono il 62,2%. La roulette è scesa al 17,7%, il blackjack al 48%. Lievita come partecipazioni e giocate quella forma di poker definita Texas Hold’em, salita al 2,9. Il Poxer si attesta sull’1,3; poveri loro, i mitici Chemin de Fer e Baccarat, rispettivamente al 2.5% e al 4,8. I giochi sono fatti. Anzi no, sono bolliti, sfatti. I casinò d’Italia continuano a perdere clienti e soldi.

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