Fra calciopoli e calcioscommesse, cosa resta del calcio – di Carlo Di Stanislao

A Novembre l’ultimo atto di Calciopoli, con Luciano Moggi condannato a 5 anni e 4 mesi dai giudici di Napoli. Poco dopo il gip di Cremona Guido Salvini apre un nuovo filone d’inchiesta, con al centro una organizzazione dedita a promuovere la manipolazione di partite in Europa, realizzando ingenti e illeciti guadagni,come  emerge dall’insieme dell’ordinanza di custodia ed in particolare dalle conversazioni telefoniche, dalle accertate presenze-lampo negli alberghi e negli scali italiani degli uomini di Singapore e dalle dichiarazioni confessorie del singaporiano Perumal Wilson, rese all’Autorità finlandese e in sede di rogatoria (e anche da Cvrtak Marjio sentito in Germania), che hanno consentito di leggere e ricostruire i vari livelli e passaggi dell’ attività di corruzione dei giocatori e di direzionamento dei risultati.

Nome chiave di questa ennesima, bruttissima vicenda, è Nicola Santoni, preparatore atletico del Ravenna, ma la questione che anima i giornali sportivi e non è un’altra, cioè l’intercettazione telefonica in cui si parla di tre calciatori della Nazionale “malati di scommesse”. Sei giorni fa, intervistato da Sky, il pm cremonese così sintetizza ‘Last Bet’ dicendo che il secondo filone ha portato nel mirino degli inquirenti altre partite sospette fra cui anche Lazio-Genoa, Lecce-Lazio e Palermo-Bari, tutte partite  di serie A. Ed ora gli psicologi motivano il comportamento dei già super pagati calciatori affermando che avere tutto significa avere niente, divenire apatici, svogliati, il più delle volte depressi. Bisognosi, al limite della dipendenza, di scosse di adrenalina sempre più forti e prolungate, rendendo l’illegalità l’unica strada da perseguire per sedare la propria sete di vita. E se il prezzo da pagare è la propria credibilità, peggio la propria libertà, chi se ne importa. Bisogna riempire quel buco che ognuno di noi si porta dentro. Concetto che più di altri si avvicina a quello del peccato originale. Un peccato così largamente diffuso che fa notizia il gesto di Simone Farina, calciatore del Gubbio che ha denunciato il tentativo di corruzione ai suoi danni e che ha dato una grande spinta alle indagini con la sua testimonianza e denuncia, tanto che  il c.t. della Nazionale Cesare Prandelli  ne ha deciso la convocazione, in preparazione della sfida amichevole contro gli Stati Uniti. E sono in molti (io per primo) a meravigliarsi che siamo giunti ad un punto di corruzione tale che un gesto dovuto viene premiato col più ambito dei riconoscimenti. Ma l’omertoso calcio italiano è figlio diretto della società: un figlio malato e depravato, che guarda all’onesto Farina come ad un eroe, che poteva accettare l’offerta del vecchio amico Zamperini, ma non l’ha fatto e non tiene conto che può essere più facile comportarsi così se si guadagna molto più di un normale lavoratore (90mila euro a stagione), anche se si è soltanto un calciatore di livello medio-basso. Il calcio continua ad essere malato e quello italiano soprattutto, con Doni passato in pochi metri dai prati verdi dei campi di gioco al freddo di una cella, con una intera città che, però, ancora lo difende.

Con lui coinvolti anche altri 16 calciatori di B e Lega Pro, alcuni abbastanza conosciuti come Carobbio e Sartor, con indagini in corso e che già hanno svelato che sono state alterate diverse partite del campionato di serie B anni 2009-2010 e 2010-2011 e sospetti vi sono anche su incontri della Prima Serie. Rimpiango i tempi in cui si giocava per rabbia o per amore ed il calcio sembrava lo sport più bello del mondo. Più avanti si è trasformato in qualcosa di diverso e comunque di distante dall’essere solo un gioco. Come, ad esempio, nel 1994, quando Andrés Escobar Saldarriaga difensore della nazionale colombiana che, durante i campionati del mondo del 1994,  venne ucciso con dodici colpi di mitraglietta, una settimana dopo aver causato l’autorete che portò all’eliminazione della propria squadra nella partita Usa-Colombia del 26 giugno, conclusasi 2-1 per i padroni di casa. Poi, più di recente, il calcio si è trasformato in una storia non di prodezze atletiche, ma in uno scontro fra tifoserie, in cui  a nessuno importa davvero se le partite sono più o meno condizionate dagli assetti di potere, ma conta solo sapere a chi vanno introspettivamente assegnati i titoli, arrivando così ai nostri giorni, quando si è giunti  a considerare la compravendita degli arbitri come una continuazione della partita con altri mezzi. Ho un caro amico che è convinto che si conosce realmente com’è fatta una persona solo dopo averci giocato a calcio, proprio perché il calcio è metafora del mondo e specchio della realtà. Tutto è basato sull’equilibrio tra singolarità e moltitudine, tra libertà individuale ed agire collettivo. E, siccome oggi siamo persone peggiori, anche i trucchi illeciti del calcio fanno parte della vita.

Come ha scritto anni fa (era il 2002), nel suo libro “Splendori e Miserie del Gioco del Calcio” Eduardo Galeano, grande scrittore uruguayano, tifoso appassionato e calciatore mancato, la storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere. A mano a mano che lo sport si è fatto industria, è andato perdendo la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. In questo mondo il calcio professionistico condanna ciò che è inutile ed è inutile ciò che non rende. E a nessuno porta guadagno quella follia che rende l’uomo bambino per un attimo, lo fa giocare come gioca il bambino con il palloncino o come gioca il gatto col gomitolo di lana. Il gioco si è trasformato in spettacolo, con molti protagonisti e pochi spettatori, calcio da guardare, e lo spettacolo si è trasformato in uno degli affari più lucrosi del mondo, che non si organizza per giocare ma per impedire che si giochi. E anche nei casi migliori, la tecnocrazia dello sport professionistico ha imposto un calcio di pura velocità e forza, che rinuncia all’allegria, che atrofizza la fantasia e proibisce il coraggio. Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e commette lo sproposito di mettere a sedere tutta la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia contro l’avventura proibita della libertà. Ma mentre Galeano nutre ancora speranze e crede che per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto, da dove, all’improvviso, salta fuori l’impossibile, io non credo più che sia il luogo di sogno dove il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia e tutti giocano per misurarsi con se stessi e con l’avversario, portando vie le cupe ombre della propria anima.

NESSUN COMMENTO

Comments