Finanziamento pubblico ai partiti – di Roberto Pepe

Perché se rubano soldi pubblici ce la prendiamo con i singoli parlamentari o amministratori locali, se questi hanno la “legge” dalla loro parte? Ma facciamo un po’ di storia.

Dopo la sfiducia popolare provocata da Tangentopoli, il Referendum indetto dai radicali del 1993 vede il 90,3% dei voti a favore dell’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti. Praticamente, la totalità degli italiani non vuole che i Partiti  godano di qualsiasi forma di finanziamento da parte dello Stato. Nello stesso dicembre 1993 il Parlamento aggiorna la legge, inficiando spudoratamente il referendum, tramutando la dicitura: “finanziamento pubblico” in  “contributo per le spese elettorali”, applicandola subito per le elezioni del marzo 1994, per cui nel corso dell’intera legislatura vengono erogati in unica soluzione 47 milioni di euro. Ovviamente, la stessa legge viene applicata per le successive elezioni del 1996.

Senza ritegno e pudore alcuno, a questo punto, i nostri parlamentari approvano con una legge del ‘97, le "Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti politici",  reintroducendo di fatto il finanziamento pubblico ai partiti. In pratica gli italiani devolvono, al momento della dichiarazione dei redditi, il 4 per mille ai partiti,  senza, peraltro, indicare a quale partito (in modo da far godere pariteticamente tutti i politici). Il Comitato radicale promotore del referendum del ‘93 intravvede un tradimento dell’esito referendario del ‘93, ma il ricorso gli viene negato dalla Corte Costituzionale (uno dei più brutti atti della nostra storia parlamentare).

La legge n. 157 del ’99, infine, reintroduce un finanziamento pubblico completo per i partiti, chiarendo meglio la destinazione dei cinque fondi: Camera, Senato, Parlamento Europeo, Regionali, e per i referendum, erogati in rate annuali, per 193.713.000 euro,  aumentati nel 2002 a 468.853.675 euro. Infine, la legge n. 51 del 2006 stabilisce, per evitare incomprensione, che l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura, indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con la crisi politica italiana del 2008, i partiti iniziano a percepire il doppio dei fondi, giacché ricevono contemporaneamente le quote annuali relative alla XVe XVI Legislatura.

Un ’68 non se lo augura più nessuno, ma se qualcuno dalla testa calda se la prendesse con i parlamentari per questa enorme ingiustizia e latrocinio di chiaro stampo mafioso, forse, questa volta gli italiani, girerebbero la testa dall’altra parte!

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