Elezioni in Russia, Putin e l’opposizione – di Carlo Di Stanislao

Nell’attesa, lunedì, delle decisioni assunte dal governo per una manovra lievitata sino a 25 miliardi, con variazioni su pensioni, ICI, Iva, Iperf, patrimoniale e, si spera, privilegi a deputati e politici, per distrarci un poco, mettiamo il naso in casa altrui. Parliamo così delle elezioni in Russia, con seggi aperti domani e il partito di Putin, Russia Unita, che rischia di perdere alla Duma la maggioranza qualificata che consente di modificare anche la Costituzione. Il gruppo che fa capo al primo ministro (che in primavera diventerà nuovamente e per la terza volta presidente) è nervoso e approfittando della situazione, l’opposizione sta riprendendo fiato e anche i “compagni di strada”, che nella precedente legislatura avevano sempre assecondato il Cremlino,  hanno capito che potranno forse tornare in gioco. Se Russia Unita calerà dal 64 al 53 per cento, come dicono i sondaggi, allora i comunisti e i liberaldemocratici di Zhirinovskij potranno nuovamente far sentire la loro voce. Kprf e Ldpr raddoppierebbero quasi i loro deputati. L’altra opposizione, quella democratica e liberale, continuerebbe invece a rimanere fuori gioco.

La posta in gioco per il Cremlino è altissima, visto che in questi anni gli uomini di Putin hanno abilmente consolidato le loro posizioni.

Putin giunse al potere nel Duemila,  anche sull’onda della rivolta contro gli eccessi degli oligarchi che sotto Boris Eltsin si erano spartiti le ricchezze del Paese e avevano occupato i posti di comando. Ora, 11 anni dopo, l’opposizione lo accusa di avere semplicemente sostituito una oligarchia con un’altra: quella degli amici, degli uomini dell’ex Kgb e dei fedelissimi dei primi tempi, quando lui lavorava al comune di San Pietroburgo. Su internet le numerose “malefatte” di Putin e del suo gruppo di potere, sono denunciate, soprattutto, da Golos, una organizzazione non governativa che si occupa di monitorare il voto, secondo cui esistono già evidenti segnali di irregolarità nel voto, con impiegati governativi (direttori di aziende, presidi, medici, infermieri, pensionati) che sarebbero stati precettati per il voto a Russia Unita. Ma, sostiene Putin, Golos è finanziata dai “governi stranieri” che giocano per una destabilizzazione della Russia. Comunque, da mesi i sondaggi in Russia mettono in evidenza una crisi devastante che attraversa il Paese: una crisi di identità personale, di fiducia nella realtà e di un significato superiore a cui dedicare la vita.

L’autorevole politologo Boris Dubin, autore di un saggio provocatoriamente intitolato Il malessere come norma della vita sociale, parla di una “società frammentata”, in cui gran parte della popolazione (75-80%) si limita nelle comunicazioni quotidiane alla cerchia più ristretta dei parenti e ritiene di non potersi fidare di nessun altro. È sempre più diffusa l’idea che il potere e la politica siano cose sporche, corrotte, dove tutti sono prezzolati o agiscono in base a interessi personali. Un altro elemento sottolineato dai sociologi e che accomuna la Russia di oggi al nostro Paese nello stato attuale, è l’orientamento di vari gruppi di popolazione, in primo luogo i giovani – studenti o neolaureati – ad andarsene. Andarsene per sempre, e non semplicemente per trascorrere alcuni anni all’estero in modo da guadagnare un po’ di soldi o completare gli studi. Secondo un sondaggio del maggio scorso, il 28% dei giovani sotto i 35 anni vorrebbe lasciare definitivamente la Russia. In questo contesto, la violenza si è trasformata in un vero e proprio codice di vita sociale: è il linguaggio in cui oggi parlano i russi, è il modo di trattarsi in metro o nel traffico di Mosca, un misto di stress, di risentimenti e di rabbia repressa. E sono questi gli aspetti su cui fa leva il potere, rinfocolando il mito di una “via speciale” riservata alla Russia, in cui l’alterità viene presentata come qualcosa di distruttivo, un’ingerenza violenta nell’identità russa, che resta tuttavia assolutamente indeterminata. Comunque sia, con le elezioni del 4 dicembre, prende il via il ciclo elettorale che porterà, a marzo, alle elezioni presidenziali, un ciclo molto sospetto (già da settembre scorso), con vari indizi di inquinamento e speculazione, già sospettati il 24 settembre 2011, dopo l’annuncio della candidatura a Presidente da parte di Vladimir Putin e con Dmitri Medvedev che guiderà invece la lista parlamentare del partito Russia Unita. I partiti che avrebbero potuto costituire la vera opposizione al potere di Putin e Medvedev, in un modo o nell’altro sono stati estromessi dalla competizione. A settembre gli iscritti del partito “Giusta causa” hanno votato per la rimozione di Michail Prokhorov come leader del partito. Prokhorov, magnate russo del metallo, aveva preso la guida del partito soltanto tre mesi prima rilanciandolo con grandi investimenti economici. I motivi della destituzione, se pur ufficialmente si parli di una conduzione troppo autoritaria, non sono del tutto chiari. L’epilogo di Prokhorov è molto simile a quello di un altro miliardario russo, Mikhail Khodorkovsky, che decise di impegnarsi in politica opponendosi a Putin. Khodorkovsky, già arrestato nel 2003 per frode fiscale, nel 2010 è stato condannato a altri sei anni per furto e riciclaggio. Anche in questo caso, sebbene le malefatte del magnate del petrolio siano indubbie, l’accanimento giudiziario nasconde delle motivazioni politiche. L’altra formazione che avrebbe potuto rappresentare una vera opposizione, il Partito della Libertà del Popolo, non è stata ammessa alla competizione elettorale in base a una serie di leggi e normative molto restrittive per quanto riguarda l’accesso alla scena politica. Non è un caso che dal 2006 quando furono introdotte, a oggi i partiti politici in Russia sono passati da 30 a 7. Queste norme sono state duramente criticate sia dagli Stati Uniti che dall’Europa.

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