Egitto, non è più solo questione del velo alle donne del Cairo

Medio Oriente: oggi Sergio Romano mi risponde dalle pagine del Corriere con una velata difesa dell’attuale regime che si manifesterebbe “più” democratico nei confronti di quello vecchio dittatoriale, ma gli stessi avvenimenti di oggi, con la presa del potere assoluto da parte dell’attuale Presidente egiziano Mohamed Morsi, esponente del partito islamista dei Fratelli musulmani, mi danno perfettamente ragione.

Il nuovo “Faraone”, infatti, ha annunciato  modifiche costituzionali che aumentano i propri poteri, permettendogli di adottare qualsiasi misura per proteggere la rivoluzione: queste “riforme” figlie della tanto decantata “Primavera araba” sono cambiamenti costituzionali: “decisioni e leggi emesse dal Presidente da intendersi definitive e non soggette ad appello".

Ribatto che la Tregua dichiarata con il “cessate il fuoco” imposto ai contendenti israelo-palestinesi è solo una farsa per prendere tempo e far digerire all’occidente che il medio oriente islamista, supportato dal potenziale bellico dei Paesi “amici”, si sta solo difendendo dagli attacchi degli avversari dell’islam, con in testa gli israeliani!

L’ONDA DELLE DONNE VELATE NELLE GRANDI CITTÀ EGIZIANE

Quando ero responsabile degli aeroporti mediorientali per l’Alitalia, ero spesso al Cairo, proprio nell’ufficio che affacciava sulla ormai famosa piazza Tahrir. Mi ricordo che, allora, la segretaria musulmana non portava mai il velo e diceva scherzosamente che le donne che si coprivano la testa lo facevano perché avevano i capelli sporchi! Mi ricordo, infatti, che sotto il «famigerato dittatore» Mubarak, si vedevano solo alcune donne anziane, portare il velo (come d’altronde lo facevano le vecchiette nei nostri paesetti). Le feste musulmane comunque si rispettavano e a queste partecipavo con gioia, perché la sera si era invitati nei vari luoghi tipici a mangiare cibi esotici. Le feste dei cristiani copti, che erano molto interessanti per i costumi e cerimonie, si svolgevano liberamente e serenamente con la partecipazione di tutti. I taxi giravano caoticamente e strombazzavano tutto il giorno. Il mercato di Khan el Khalili era sempre pieno di turisti che si aggiravano liberamente tra le varie bancarelle di souvenir… C’era un’aria di baldoria tutto il giorno e notte: un fervore sanguigno e vivace di una Napoli del dopoguerra. Mi domandavano per strada che cosa pensassi della Juventus. Siamo noi che non capiamo che cosa significhi «democrazia» e «dittatura» per un mediorientale, quando adesso in tv uno spot afferma che bisogna aiutare le donne in quel Paese a essere più libere? Se allora, come dicono gli esperti occidentali, in Egitto (e questo vale per altri Paesi) c’era una dittatura, adesso, con la «primavera araba» mi sa dire in quale stagione siamo? Roberto Pepe

LA RISPOSTA DI SERGIO ROMANO

Caro Pepe,

           nella sua lettera non è detto in quali anni della presidenza Mubarak (1981-2011) lei avesse frequenti occasioni di andare al Cairo, ma il ritorno del velo è graduale e dipende in larga misura dalla politica del regime verso la Fratellanza musulmana, il grande movimento islamista fondato in Egitto nel 1929. Quando andò al potere dopo la morte di Nasser, Anwar el Sadat trattò la sinistra nasseriana come il suo principale avversario e adottò verso la Fratellanza un atteggiamento più conciliante di quello del suo predecessore. Credeva che la destra religiosa fosse meno pericolosa della sinistra laica e liberò dalla prigione alcuni dei «fratelli» che erano stati incarcerati per ordine di Nasser. Questa mossa ebbe l’effetto di creare sulla destra della Fratellanza un movimento jihadista, ancora più radicale, che reagì agli accordi fra l’Egitto e Israele con il mortale attentato a Sadat durante la parata militare del 6 ottobre 1981. Nei suoi rapporti con la Fratellanza Mubarak continuò la politica di Sadat. Reagì duramente agli attenti jihadisti del novembre 1997 contro un gruppo di turisti stranieri a Luxor, ma permise che qualche «fratello» entrasse in Parlamento come deputato indipendente e lasciò all’organizzazione uno spazio sociale che fu riempito con opere assistenziali, ambulatori, scuole, piccoli uffici di collocamento. Fu così che la Fratellanza, nonostante la diffidenza di un regime che non aveva interamente ripudiato il retaggio laico di Nasser, divenne di fatto un informale welfare state della repubblica egiziana. Le donne velate, sempre più frequenti nelle strade del Cairo e di Alessandria durante gli anni Ottanta e Novanta (nelle campagne e nelle piccole città il velo era da sempre la regola) rappresentavano l’indice dell’importanza che la Fratellanza aveva ormai assunto nel Paese. Le ricordo, caro Pepe, che nelle elezioni del 2005 i deputati della Fratellanza eletti all’Assemblea del Popolo furono poco meno di 90. E sarebbero stati molti di più se Mubarak non avesse limitato a 120 il numero dei seggi in cui l’organizzazione era autorizzata a presentare le sue candidature.

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