Editoria, Se l’Italia ignora l’informazione online ignora il futuro – di Ricky Filosa

Quante volte abbiamo parlato di informazione online su ItaliaChiamaItalia? Quante volte abbiamo chiesto attraverso le pagine del nostro giornale, con editoriali, interviste e servizi vari, a esponenti politici, parlamentari, rappresentanti del mondo degli italiani all’estero e della stampa, un’azione comune a favore di un concreto riconoscimento da parte dello Stato italiano nei confronti di chi fa giornalismo sul web? I nostri più affezionati lettori lo sanno bene. Le risposte, da parte di tutti, in maniera traversale, sono sempre state a favore del www, a favore di un sostegno all’editoria online. Tutti convinti che, in particolar modo per ciò che riguarda gli italiani nel mondo, internet sia uno strumento fondamentale per informare e informarsi. Parole al vento, però. Chiacchiere che non si sono mai trasformate in azioni concrete, parlamentari, tanto meno legislative. Ma noi non molliamo di certo. E’ che l’argomento non solo ci tocca da vicino – siamo un quotidiano che fa informazione in rete e che va avanti solo grazie alle proprie forze, senza alcun contributo statale né di altro genere, se non qualche piccola donazione da parte di alcuni lettori -, ma il fatto è che noi crediamo fortemente nelle nuove tecnologie, che garantiscono informazione completa, in tempo reale, a basso costo se vogliamo, evitando di spendere montagne di quattrini per la stampa.

Invece in Italia i soldi, milioni di euro, vengono dati solo a chi stampa. Nemmeno a chi vende più copie in edicola: ma a chi stampa di più. Che poi parte di queste copie vengano regalate o rese, poco importa. L’importante è stampare. Parla la fattura della tipografia: e qui, per giunta, entrano in gioco strani meccanismi. Perché sappiamo che in alcuni casi ci sono editori che fanno carte false per dimostrare di avere stampato un numero di copie in realtà inesistenti, o che acchiappano denaro dalla presidenza del Consiglio senza averne i requisiti.

Sia chiaro: l’Italia non è l’unico Paese che garantisce contributi statali ai giornali. Un confronto tra il sistema italiano di finanziamento pubblico ai giornali e quello europeo è stato fatto nel 2011 dall’Istituto di economia dei media (Iem) della Fondazione Rosselli. Bruno Zambardino, esperto di studi economici nel settore dei media e coautore dell’indagine Iem, spiega: “Il contributo statale ai giornali esiste in molti Paesi europei, sotto forma di contributi diretti e indiretti. Dalla Francia alla Svezia, dal Belgio alla Germania”. Occhio, però: “I criteri con cui vengono assegnati i sussidi negli altri Paesi europei, per esempio in Francia, sono diversi dai nostri: si premia la capacità di innovazione di un’impresa editoriale, la buona occupazione, c’è un sistema più severo di valutazione dell’impatto generato da quell’investimento pubblico e c’è una crescente attenzione per la produzione di contenuti online”. Tutta un’altra musica. Altro che fatture fasulle e giornali senza giornalisti. Non è finita qui: tra aiuti diretti e indiretti lo Stato italiano, rivela l’indagine, spende in media 15 euro all’anno per abitante per sostenere i giornali. La Germania di euro per abitante ne spende 6,4. Eppure i giornali in terra tedesca si vendono di più: anche se la Germania ha speso il 40% in meno dell’Italia in sussidi pubblici alla stampa, i giornali tedeschi hanno raggiunto quasi il triplo dei lettori di quelli italiani. A dimostrazione del fatto che l’editoria italiana, quella in edicola, è morta, e se non è morta è in agonia.

Il nostro Paese è risultato infatti ultimo nella graduatoria per copie vendute ogni 1.000 abitanti: 103. In Finlandia sono 483, in Francia 152, in Germania 283, nel Regno Unito 307 e negli Usa 200. Del resto una recente indagine ha dimostrato che gli italiani per informarsi utilizzano sempre più internet: veloce, gratuito, molto più comodo sotto tutti i punti di vista (anche grazie all’informazione multimediale, foto all’infinito, video, file audio da poter ascoltare attraverso pc o tablet o smartphone, interagibilità con i più famosi social network).

Torniamo quindi a parlare di web. In Italia nessun sostegno all’editoria online. Non così in Francia, dove è stato addirittura costituito un fondo di 20 milioni di euro per sovvenzionare le start up giornalistiche digitali. “Si chiama Digital only”, ha spiegato Zambardino, “e rientra nel fondo pubblico per l’editoria. Anche in Catalogna, in Spagna, c’è un’attenzione particolare per gli editori digitali: i due terzi del fondo di 8 milioni che la Regione autonoma ha messo a disposizione per finanziare i giornali sono destinati all’informazione online”.

E allora? Allora l’Italia, per quanto riguarda il digitale, è all’età della pietra. Un Paese vecchio in tutti i sensi, soprattutto per ciò che riguarda la mentalità. Lo Stato si preoccupa di mantenere l’esistente e non ha il coraggio, l’ambizione, la capacità, chiamatela come volete, di guardare al domani. Perdendo così del tempo prezioso, insieme all’opportunità di crescere non solo economicamente, ma anche culturalmente. Trascurando, anzi, ignorando completamente gli sforzi di decine, centinaia, forse migliaia di testate giornalistiche digitali che lavorano come e forse anche più di chi l’informazione la fa sulla vecchia carta.

E’ tempo di una svolta. Sappiamo che vincere lo status quo è spesso difficile, se non impossibile, in un Paese dove quando si parla di cambiamenti importanti c’è sempre chi è pronto a dire no. Ma la goccia scava la pietra, e continuando a picchiare forte su questi temi, un giorno potremmo svegliare il dinosauro Italia, che ancora dorme. E per farlo, più siamo meglio è.

Si diano dunque da fare le associazioni di testate online, si muovano gli editori che lavorano su internet. Si metta in moto un’azione comune, con richieste pressanti e martellanti, a ripetizione, fino a che non si riuscirà a cambiare le cose. Non è più tempo di gettare milioni in carta che poi va a finire nella spazzatura. Abbiamo a disposizione la potenza della nuove tecnologie, usiamole. Incentiviamole. Sosteniamole. Perché se qualcuno dice che il mondo si cambia poco a poco, e in certi casi è vero, noi pensiamo che il mondo attuale va velocissimo e spesso non ci aspetta. Invece che rincorrere il cambiamento, proviamo ad esserne noi il motore.

L’alternativa? Vengano cancellati a tutti i contributi e continui a lavorare solo chi è capace di stare sul mercato, di offrire un prodotto migliore degli altri, sia cartaceo o online. L’Italia è pronta alla sfida?

ricky@italiachiamaitalia.com Twitter @rickyfilosa

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