Ecco com’è nata la lingua italiana, la più bella del mondo

Dal latino ai volgari. L’italiano, come le altre lingue romanze e tutti i dialetti, deriva dal latino volgare. Con la caduta dell’Impero romano, quindi a partire dal V sec. d.C., il latino classico restò solo lingua scritta, mentre, sulla base delle diverse varietà di latino parlato nelle molte regioni dell’Impero, si affermarono tante lingue diverse; il latino infatti era stato imposto dai Romani come lingua dell’Impero, ma era andato a sovrapporsi alle lingue preesistenti delle popolazioni progressivamente conquistate e questi diversi substrati avevano determinato la formazione di varietà di latino parlato diverse da una regione all’altra dell’Impero.

Anche l’Italia, già profondamente frammentata, vide fiorire molti volgari (quelli che poi diventeranno i moderni dialetti) che, da lingue esclusivamente parlate, cominciarono a essere usati anche nelle scritture; i primi documenti volgari in territorio italiano (l’Indovinello veronese dell’800 circa; l’Iscrizione di Commodilla composta intorno all’820 e i Placiti campani del 960) rappresentano i primi esempi di quella lingua che sarà poi l’italiano.

Nel Duecento, in Sicilia alla corte di Federico II di Svevia, il volgare siciliano fu adottato da quel gruppo di letterati e poeti che presero poi il nome di scuola poetica siciliana: in questo periodo il siciliano acquistò grandissimo prestigio e fu considerato il più importante volgare d’Italia. Dalla fine del Duecento cominciò ad affermarsi Firenze come potenza economica e politica: la città diventò la culla di una civiltà ricchissima che vide operare grandi artisti (come Giotto e Arnolfo di Cambio) e scrittori come Dante, Petrarca e Boccaccio.

Dal fiorentino all’italiano. Le opere letterarie dei grandi scrittori fiorentini, in particolare la Commedia, il Canzoniere e il Decameron ebbero tale diffusione e successo da diventare il modello di riferimento anche per gli scrittori non toscani. Il fiorentino, uno dei tanti volgari presenti nel territorio italiano, divenne così il modello linguistico per tutti coloro che volevano scrivere con intenti letterari. Non si trattò di una scelta dall’alto, nessuno Stato o Principe impose questa lingua, fu invece il prestigio che questo volgare si conquistò attaverso le opere dei grandi scrittori trecenteschi, che lo portò a diventare la lingua imitata e imparata da chi aspirava a scrivere in una “buona lingua”.

L’invenzione della stampa favorì notevolmente la circolazione di libri e il fiorentino estese il suo impiego anche ad ambiti non più solamente letterari, rafforzando così la sua immagine di lingua comune. Le grandi discussioni sulla lingua che occuparono tutto il Cinquecento (la famosa questione della lingua), dettero l’avvio a un processo di normazione che porterà il fiorentino e la lingua toscana a diventare effettivamente l’italiano.

Con la definizione di una norma linguistica e quindi la promozione del fiorentino-toscano a lingua italiana, gli altri volgari diventeranno i moderni dialetti: sul territorio italiano i dialetti si possono suddividere in quattro gruppi principali: i dialetti settentrionali, i dialetti centro-meridionali, i dialetti sardi e i dialetti ladini.

L’italiano resterà però almeno fino al secondo dopoguerra quasi esclusivamente lingua scritta e i dialetti svolgeranno la funzione di lingue di comunicazione.

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