E’ più pericoloso andare all’aeroporto che volare? – di Roberto Zanni

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Non ci si pensa, ma le cifre non mentono. Si corrono più rischi prendendo la macchina per andare all’aeroporto che a salire su un aereo. Insomma, le quattro ruote in generale sono  estremamente più pericolose rispetto alle ali di un aeroplano, almeno negli Stati Uniti. Sono gli ultimi dati a rivelarlo e ad affermare come volare non sia mai stato così sicuro nella storia dell’aviazione americana, per quello che riguarda il settore commerciale. Numeri che prendono in esame gli ultimi dieci anni durante i quali la media di decessi è stata di due morti ogni 100 milioni di passeggeri, otto volte in meno rispetto a quello che capita per le strade dove ogni anno perdono la vita 30.000 persone.

Una piccola grande strage quella che si consuma sull’asfalto degli Stati Uniti, nonostante i progressi che si sono verificati anche in questo settore. Ma sono i cieli americani ad essere diventati davvero sicuri per i passeggeri e lo dimostrano le cifre degli ultimi dieci anni paragonate a quelle del decennio precedente che anche allora aveva registrato il record per quello che riguarda la sicurezza, ma rispetto a oggi le probabilità di un decesso erano dieci volte più alte. Miglioramenti davvero eccezionali se si pensa che, con l’inizio dell’era-jet, vale a dire dal 1962 al 1971, si erano verificati 1.696 decessi (contro i 153 dell’ultimo decennio), vale a dire un tasso di mortalità di 133 ogni 100 milioni di passeggeri. Tenendo presente che questi numeri si riferiscono ai soli incidenti ed escludono le morti dovute ad atti di terrorismo, è sotto gli occhi di tutti il miglioramento che si è verificato nell’aviazione civile commerciale.

Stare lassù, a quasi 12 chilometri da terra, probabilmente non è la cosa più naturale, ma questo pensiero sta perdendo di efficacia, visti i risultati ottenuti nel campo della sicurezza e della prevenzione degli incidenti. Rimanere seduti in un aereoplano, in cabine pressurrizzate di alluminio, è ormai diventata quindi una cosa normale e, ogni giorno che passa, sempre meno pericolosa che sedersi in un auto, non importa se al volante o come passeggero. Negli ultimi dieci anni infatti, nel periodo preso in considerazione per analizzare l’evoluzione dell’aviazione commerciale statunistense, si sono verificati 153 decessi, l’ultimo nel 2009, Colgan Air Flight 3407, un volo regionale della Continental Connection che provocò 49 morti tra i passeggeri, ma anche uno a terra, un uomo che era nella sua casa, colpita dall’aeroplano. «Non posso dire che gli incidenti aerei fanno ormai parte del passato – ha spiegato Todd Curtis ex ingegnere addetto alla sicureza alla Boeing e adesso direttore della fondazione Airsafe.com – ma si può semplicemente affermare che sono diventati molto più rari rispetto al passato». C’è da sottolineare che il miglioramento si è verificato in un periodo in cui l’industria del settore è passata attraverso una grande crisi culminata con la perdita di 54,5 miliardi di dollari nello stesso periodo di dieci anni preso in considerazione per analizzare la sicurezza. In questi anni le compagnie aeree per rimanere a galla, hanno eliminato tanti benefit, a cominciare dai pasti, sempre più ridotti, aggiungendo al tempo stesso nuove tariffe per quello che riguarda in modo particolare il trasporto dei bagagli. Ma anche in periodi tumultuosi per l’economia, la sicurezza è rimasta una priorità e i risultati si sono visti e continuano a farsi vedere. Purtroppo non si può dire la stessa cosa in altre parti del mondo: in modo particolare la Russia, la Repubblica Democratica del
Congo e la Somalia sono le nazioni che hanno una alta percentuale di incidenti mortali.

In Russia l’anno scorso si sono verificati diversi incidenti, uno dei quali ha avuto come vittime numerosi giocatori di hockey su ghiaccio. Ancora più precaria è la situazione dell’Africa: continente che da solo rappresenta appena il 3% del traffico aereo mondiale, ma con una percentuale del 14% per quello che riguarda gli incidenti mortali. Ma per rimanere sempre in ambito mondiale il 2011 è stato un anno positivo, in assoluto il secondo con il minor numero di decessi, lo rivela la ‘Flight Safety Foundation’, con 507 morti (l’anno più positivo rimane il 2004 con 323 decessi, ma si volava anche di meno rispetto a oggi). Dei 28 incidenti mortali che si sono verificati nell’anno appena concluso, sette hanno avuto come protagoniste compagnie aeree alle quali è stato proibito di volare nella Comunità Europea, insomma ben conosciute per i loro problemi riguardanti la sicurezza.

Ma come si è arrivati a questi grandi progressi? Innanziatutto l’industria ha imparato dagli errori del passato. L’esperienza qui diventa fondamentale con i nuovi aeroplani e motori che sono disegnati tenendo in mente i precedenti errori, le analisi degli incidenti verificatisi nel passato infatti si sono rivelate fondamentali per effettuare quei cambiamenti necessari per incrementare la sicurezza del passeggero. Poi una migliore condivisione delle informazioni: nuovi database permettono ai piloti, alle compagnie aeree, alle industrie che producono aeromobili di ‘seguire’ gli incidenti, mentre i computer sono capaci di raccogliere anche le minime informazioni. Poi, altro aspetto fondamentale, l’esperienza dei lavoratori nei diversi settori: piloti, controllori di volo, addetti alla manutenzione degli aerei, soprattutto nel Nord America e in Europa hanno alle spalle anni di lavoro, aspetto questo che può diventare determinante come è successo nel 2009, con l’ex capitano della US Airways Chesley ‘Sully’ Sullenberger, per trent’anni in una cabina di comando, capace di far atterrare il proprio aereo sull’Hudson River, a New York, salvando la vita a 155 passeggeri.

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